Esistenze in sospensione tra inferno e paradiso

FILANO VERSO l’alto le funivie, scendono fendendo boschi e parcheggi. E’un mondo sospeso come quello di Simon, un dodicenne ladro d’alta montagna. Ogni giorno sale nella località alla moda celandosi il volto con il passamontagna e fa incetta di sci, occhiali, guanti, zainetti. Ruba in continuazione; nasconde la propria merce come un ricettatore o la espone a giorni fissi per venderla ai piccoli amici. Guadagna poco rispetto al rubato, giusto gli spiccioli per mantenere Louise, che è una splendida ragazza bionda con lo sguardo dolce e a volte imbronciato, una che passa da un amante all’altro, che non ha lavoro e vaga nel mondo cercando rifugio nell’alcool. I due sono fratelli, lei la <<sister>> di Simon, almeno questo è ciò che Ursula Meier ci fa credere per tutta la prima parte del suo ultimo film, nell’originale <<L’enfant de haut>> tradotto appunto in italiano con <<Sister>>. Sappiamo però che Meier è autore non banale, disposto allo stupore, al cambio repentino di ritmo, immagine. L’abbiamo già notata in quel piccolo gioiellino del 2008 che si chiama <<Home>>, una progressiva discesa in un incubo. E sappiamo anche che Ursula Meier ama prendere la famiglia, i rapporti all’interno del nucleo, come metafora di altro, per offrire uno sguardo privilegiato a ciò che si nasconde dietro la corteccia del mondo. In <<Home>> ciò che appariva leggero a poco a poco mutava, entrava nella morbosità. Per lenire il pugno in faccia allo spettatore l’autore francese- uomini e donne sono uguali al cinema, meno nella narrativa scritta- realizzava una sceneggiatura nella quale il contenitore, la casa, restava isolata dal mondo attraverso l’improvvisa costruzione di un’autostrada che la tagliava di fatto dal cosiddetto vivere civile. In <<Sister>>, invece, lo spettatore dovrà attendersi meno allegoria e tanta ironia nella prima parte proprio per far credere di essere in presenza di una storia diversa da quella che poi in realtà sarà. Meier segue le imprese ladresche di Simon con tocco leggero, che porta al sorriso e alla partecipazione. Ma è chiaro che qualcosa non torna, che qualcosa è infatti sospeso. Non solo i paesaggi che ci vengono offerti: il mondo ovattato dei villeggianti alle prese con le loro rilassanti sciate e quello terreno che sta di sotto, in valle, nella casa popolare dove Simon e Louise risiedono, dove il dodicenne più che un fratello minore sembra essere il genitore della ragazza, colui che le insegna la vita, che ruba per passarle da vivere, che tenta di proteggerla. E’così solo in apparenza. Perché Meier fa di tutto per non affondare, per lasciare un non visto, un non detto tra i due. Come se volesse danzare prima di offrire il ribaltamento dell’ottica, l’ingresso in ciò che è e non in ciò che sembra. E allora tutto cambierà, tutto sarà detto e ogni casella andrà al proprio posto, anche quel continuo andirivieni tra la soglia del paradiso, il monte, e dell’inferno, la casa e la valle.
SONO i sentimenti ad essere sospesi, soprattutto quelli di Louise che è altra rispetto a quanto ci han fatto credere. Bulimia di ricerca d’amore, attraverso l’arte del furto da parte di Simon, anoressia e il lasciarsi andare senza meta né obiettivi da parte della ragazza. E’il lato oscuro del film che a poco a poco viene a galla; il soggetto si schiarisce come capelli con la camomilla, diventa duro, attacca lo spettatore al muro, lo prende a cazzotti, lo lascia in apnea con un sottile gioco psicologico che Meier tiene sempre sul filo senza cedimenti. Fino alla conclusione dove l’incontro tra una cabina di funivia che discende e un’altra che sale alla conclusione della stagione invernale, quando tutti ormai se ne sono andati, ci lascia la sensazione di territorio riconquistato, di un paradiso possibile, di sentimenti finalmente pronti per essere vissuti alla luce del sole. Vincitore dell’ Orso d’Argento all’ultimo festival di Berlino-dove è stato battuto dall’opera dei fratelli Taviani senza apparente ragione, almeno per chi scrive- <<Sister>> è un film maturo e di grande fascino. Può ricordare certi lavori dei fratelli Dardenne, dei quali si avverte l’eco non tanto nel rapporto familiare tra Simon e Louise, quanto nella loro esistenza all’interno di una società comunque di frontiera proprio come il casermone popolare in cui la coppia risiede. Ma c’è anche, lo ripetiamo, il proseguimento di quell’indagine che Ursula Meier aveva iniziato con <<Home>> sui conflitti nascosti e segreti all’interno di un microcosmo. Il film procede spedito, senza mai un attimo di noia, ed è girato, rispetto al primo, con un gran senso documentaristico, dove spesso le immagini sono emblemi di questa sospensione tra i protagonisti- funivia, ski lift sono usati per rafforzare il non detto e per significare le perplesse disperazioni- mentre ci sono omaggi, forse non nuovi ma riusciti, all’estetica dell’<<on the road>> statunitense alla Gus Van Sant.
IN QUESTO bellissimo lavoro una parte fondamentale l’hanno i due attori. Lèa Seydoux, diventata ormai l’attrice giovane francese di punta, oltre a essere di una bellezza fascinosa, sensuale e naturale, riesce a esprimente il personaggio di Louise cambiando registro, trasformandosi da <<ragazza interrotta>> a donna alle prese con la propria coscienza e i propri incubi, forse pronta per una nuova vita. Aveva avuto una piccola parte in <<Lourdes>> di Jessica Hausner, poi era stata una delle grazie di <<Inglorious Bastards>> di Quentin Tarantino per raggiungere la fama definitiva con <<Mission Impossible 4>> e soprattutto <<Midnight in Paris>>. In <<Sister>> ci fornisce la prova più completa della sua carriera. Ma gli spettatori tifano dalla prima all’ultima scena per Simon. Kacey Mottet Klein, figlio di Isabelle Huppert in <<Home>>, lascia a labbra aperte. Espressività, naturalezza, precisione, conoscenza dei limiti oltre i quali un dodicenne non diventa più credibile sono le sue armi. E’il motore del film, il primattore in tutto e per tutto. E’un altro merito da attribuire a Ursula Meier, molto attenta alla direzione degli attori. Bimbi, amanti di Louise, camerieri e la straniera Gillian Anderson- proprio lei, Dana Scully di X- Files- sono uno spettacolo nello spettacolo di un film che non va perduto e che conferma il talento di un regista ancora molto giovane ma avviato verso una carriera per niente banale.
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A SIMPLE LIFE è una piccola gemma nella scarsa offerta di film interessanti di questo periodo che segue la consegna degli Oscar e precede le produzioni che verranno proiettate al festival di Cannes. Non è un film di facile digeribilità. Non per la trama, assai semplice e nemmeno per le soluzioni registiche proposte quanto per una dilatazione temporale che ne appesantisce la forza. Ma siamo in pieno cinema orientale, quello che si affida al realismo puro più che alla iperbole. Nulla che riporti alla dimensione onirica, nulla che vada oltre ciò che si vede. Questo per avvertire gli amanti di ciò che sta avvenendo nel sud est asiatico. Scordatevi Kim Ki Duck, Wong Kar Wai, i giapponesi alla Kitano -coloro che adoro-e preparatevi a una visione nuda dello stato delle cose. Con un merito particolare: l’assenza di buonismo e di volontà da parte della regista Ann Hui di essere ruffiana con gli spettatori. O prendere o lasciare. Non ci sono strade differenti. Se si accetta la concezione cinematografica dell’autore cinese- ma di fatto vissuto a Hong Kong- A Simple Life non deluderà per mille motivi. Il primo è legato alla delicatezza della rappresentazione. Non era semplice descrivere senza allontanarsi dalla realtà, la decadenza di una persona che dopo trent’anni di servizio in una famiglia viene colpita da infarto e decide di rifugiarsi in un ospizio per anziani. Né era facile riuscire a restare credibili nell’intrecciare lo splendido rapporto tra questa domestica fedele e uno dei ragazzi che ha provveduto a crescere in quella casa, diventato un ricco e affermato produttore cinematografico. Si correva il rischio di rifugiarsi nel buonismo ad ogni costo o nel voler mettere di fronte agli osservatori una storiellina di buoni sentimenti. Ma non è così: ciò che Hui vuole sottolineare nel proprio film è quel concetto elementare ma di difficile attuazione grazie al quale il bene richiama bene. La fedele domestica non verrà mai abbandonata dall’ormai non più giovane produttore e in lui troverà la conferma di non aver speso l’esistenza invano. Perché il legame tra i due va oltre la semplice relazione serva-padrone. Esiste in A Simple Life- riferita proprio alla vita trascorsa da Ah Tao, interpretata dalla vincitrice della Coppa Volpi veneziana Deanie Ip- il reciproco osservarsi di due solitudini. Quella della donna che ha votato sé stessa alla famiglia nella quale ha lavorato e quella del produttore, l’unico di casa a essere rimasto fedele a Hong Kong mentre tutti gli altri vivono negli Usa. Di fatto l’una ha bisogno dell’altro. Non per una richiesta pratica ma per scelta automatica da parte delle rispettive morali.
NON E’STATO per snobismo se ho visto <<The Artist>> quasi fuori tempo massimo, poco dopo lo splendido <<Hugo Cabret>> di Martin Scorsese, e pochi giorni prima della cerimonia degli Oscar relativi ai film prodotti e distribuiti nel 2011. Avvertivo che tra i due <<gioiellini>> che guarda caso lotteranno per fare incetta di statuette c’era un filo sottile e nemmeno troppo invisibile. Come se, ad insaputa sia di Scorsese sia dell’autore di <<The Artist>> Michel Hazanavicius, si fosse verificato nella fase concettuale il fragore di un’idea comune: quella di parlare, sebbene in modo differente e con tecniche non assimilabili, di cosa è stato il cinema, di come recuperare la sua essenza stessa. Perché in definitiva sia l’uno sia l’altro trattano di un’epoca di passaggio: quella che dopo la seconda metà degli Anni’20 portò il cinema a vivere la sua prima grande rivoluzione tecnica, ovvero l’avvento del sonoro e la scomparsa, improvvisa, non prevista, non programmata e nemmeno dolce, degli eroi del muto. Scorsese lo ha fatto riprendendo la biografia romanzata sotto forma di favola di un grande autore dell’epoca, Georges Méliès, mentre Hazanavicius ha preferito focalizzarsi su un soggetto originale legato alla caduta rumorosa e devastante di un attore del muto. La genialità del primo, Scorsese, ha quindi portato a una manifesta dichiarazione d’amore per il cinema attraverso l’uso del massimo che tecnologia dell’oggi può fornire, ovvero il tridimensionale, gettando basi concrete per una nuova fase della storia cinematografica. Hazanavicius, invece, si è spinto nella direzione opposta: ha usato la tecnologia dell’oggi per rifare da cima a fondo un film muto in tutto e per tutto, con le musiche sempre differenti ad accompagnare le varie scene, con l’uso di stereotipi ai quali donare vita. Se << Hugo Cabret>> è un atto sentimentale, << The Artist>> è invece un film solo fintamente leggero. Perché ci parla di un fallimento, di un viale del tramonto. La sua essenza è drammatica e non capisco proprio le varie critiche che si sono focalizzate più sulla forma che sul contenuto. << The Artist>> non è un film da ridere, non è una replica aggiornata al contemporaneo dell’epoca del grandi comici e dei protagonisti della generazione del muto. Bensì è la storia di molti di questi, ridotti dall’oggi al domani sul lastrico, bloccati intellettualmente nel non voler accettare l’avvento del sonoro e il cambio di tecnica recitativa. Gente che ha visto l’esistenza sbriciolarsi all’improvviso alla soglia del 1929, guarda caso quando crollò la borsa di Wall Street e quando la Repubblica di Weimar in Germania implose spalancando le porte al nazismo, passate senza alcuna possibilità dal tutto al nulla economico e soprattutto morale. Vite e arte spezzate, non riconosciute dagli studios perché appartenenti al prima, considerate poco sfruttabili per il domani, insignificanti per il presente. Vedendo la magnifica interpretazione di Jean Dujardin nella parte del divo George Valentin non si può non rammentare il declino tragico di Harry Langdon o la discesa nell’alcolismo di Buster Keaton e come loro tanti altri che annegarono fama, ricchezza, capacità per orgoglio, come in <<The Artist>> o per non avere saputo annusare i refoli di un vento nuovo o semplicemente perché stritolati dal business che non ammette sentimentalismi e ricordi.
PRIMA di recarsi ad assistere alla proiezione di <<Hugo Cabret>> sarebbe consigliabile leggere l’ottimo volume di Richard Schickel << Martin Scorsese, conversazioni su di me e tutto il resto>>, che Bompiani Overlook ha fatto uscire nel tardo autunno del 2011. Del film che probabilmente farà incetta di Oscar non c’è nulla ma c’è molto, se non tutto del proprio autore. E’per questo che lo consigliamo: in quella lunga intervista-confessione scritta in modo brioso senza inutili intellettualismi e quindi molto accessibile, il proiettile che viene esploso e va a colpire il lettore è soprattutto uno:l’amore per il cinema. Una dichiarazione che cammina sui binari dei ricordi di Scorsese, della realtà sociale nella quale è cresciuto e sui motivi per i quali i film fin da piccolo, anche se inconsciamente, erano l’essenza espressiva del bambino Marty. Scorsese immaginava storie, le visualizzava come se fossero autentici story board:<< Mi ricordo che disegnavo queste storie già quando ero a Corona e avevo cinque o sei anni. Era il mio cinema. E poi a Manhattan, negli anni Cinquanta, a otto o nove anni. Vedevo dei telefilm e poi cercavo di fare la mia versione a disegni. Poi li coloravo con gli acquarelli. Ne avevo un mucchio. Un giorno mio padre mi vide che ci giocavo e dovetti nasconderli. Non capiva che cosa stessi facendo, e pensò che me ne stessi troppo per conto mio. A un certo punto penso che dovetti vergognarmi e li buttai via>>. Questi schizzi uscivano dalle matite del piccolo Marty nello stesso formato cinematografico dell’epoca , l’1,33. Vietato condividerli con alcuno. Nel libro Scorsese ricorda che l’unica persona che aveva accesso a questo segreto era un amico << che era molto tenero e un po’ l’intellettuale del gruppo>> aggiungendo che mostrandoli in sequenza l’amico lo apostrofava dicendogli che << qua non si muove niente>> e lui di rimando << Ti sbagli. Si muovono da un’immagine all’altra >>. E l’altro ancora:<<Ma i disegni restano fissi>> e Scorsese rispondeva:<< Perché devi badare a questi dettagli?>>. Questo lungo prologo per dire che in <<Hugo Cabret>> sotto la favola biografica-perché si parla della vita di Georges Miélès, il primo regista sperimentatore- tratta dal libro illustrato di Brian Selznick (che fa un piccolo cameo) c’è proprio Martin Scorsese e la sua dichiarazione d’amore per l’arte che lo ha reso famoso, ben poco ricco, ma ancora in grado di gridare al mondo intero che senza il cinema lui stesso non potrebbe vivere. Cinema come avventura dello spirito e dell’occhio, come fascinazione definitiva, come lungo viaggio alla scoperta in definitiva di ciò che siamo. E’ innegabile, come ha sottolineato qualcuno, che <<Hugo Cabret>> sia un film ruffiano, capace di pizzicare le corde di chiunque ma credo che questo ne mostri una qualità aggiuntiva. Scorsese parla di cinema facendolo, sperimentando un film ideato e creato nel miglior 3D fin qui visto, riproponendo scene che il suo doppio, ovvero l’esegeta Scorsese, continua a studiare, a restaurare: quelle del cinema di una volta, del cinema delle origini, per riappropriarsi della funzione primigenia del cinema che ancora doveva trasformarsi in settima arte. L’operazione è geniale: per parlarci di ciò che è stato quel mondo, l’autore si affida all’avanguardia tecnologica. Ne coglie l’essenza, ce la consegna. Pone un ponte tra un oggi che è già domani e il passato remoto, ci porta a viaggiare con gli occhi e l’anima. Ricordo una frase detta in un’intervista da un grande sceneggiatore e poi regista della scuderia di Steven Spielberg, John Milius :<<Voglio raccontare storie come fanno i vecchi ai bambini attorno al fuoco>>. Scorsese lo fa. Come se si fosse fermato un attimo per guardarsi alle spalle, a ciò che è stato, per capire meglio il proprio oggi.
SE A RECENSIRE <<Shame>> fosse stato Woody Allen l’avrebbe congedato con la splendida battuta di <<Il dormiglione>> che sintetizzava la domanda sulla vita con un secco <<sesso e decesso>>. Ma in <<Shame>> di Steve McQueen non ci sono né ironia né sorriso, bensì cupezza e dramma individuale, quelli che vive dapprima senza assillo della colpa e poi via via in un crescendo di <<vergogna>> il protagonista Brandon, l’eccellente Michael Fassbender che grazie a questa interpretazione si è portato a casa la Coppa Volpi nella scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia. <<Shame>>, come molti altri film della rassegna, tra i quali il vincitore <<Faust>>, si pone sul cammino complesso di chi cerca di riflettere sull’uomo contemporaneo. Ma a differenza del capolavoro di Sokurov, in <<Shame>> assistiamo a uno status quo della condizione individuale, in cui McQueen non ricerca l’origine, l’esegesi, i motivi, bensì la segue, accompagnando il proprio protagonista nel vuoto esistenziale della quotidianità. Di ciò che è stato prima Brandon, infatti, lo spettatore non sa e non saprà nulla. Chi resta attaccato allo schermo per l’intera durata di uno tra i film maggiormente <<ipnotici>> del 2011 ne conosce soltanto il presente: un oggi proiettato in un domani sempre uguale e identico a sé stesso, fatto di una carriera di successo, di incontri con gli amici, di sbrigative copule con donne occasionali o escort da ingaggiare, di viaggi virtuali nei siti porno, di chattate erotiche con la <<desnuda>> preferita, di masturbazione ogni qual volta ne prova voglia. Potrebbe essere uno stupido questo Brandon, al quale madre natura ha donato bellezza, fascino, successo, soldi. Invece non lo è. Potrebbe essere anche una versione attuale di Don Giovanni come potrebbe essere un seduttore seriale, un narciso. Invece non è nemmeno questo. E’un uomo solo che trova come unico esercizio meritevole di attuazione il sesso in quanto tale. Il suo <<godere>> è il voyeurismo del terzo occhio, di un uomo incosciamente disperato che vive a trecentosessanta gradi la sessualità che lo bombarda ripetendola nel reale probabilmente per sentirsi a livello psicologico protagonista delle stesse immagini che osserva. Uno stanco incedere esistenziale che non viene scalfito da alcuna commistione sentimentale. Perché Brandon non è uomo <<che non sapeva amare>>. Non ama, non prova, non sente e di questo ne ha piena coscienza, senza vergogna. E’ un prigioniero in territorio all’apparenza libero. E come i prigionieri ripete fino al parossismo gli stessi gesti, le stesse azioni. Ma sarà l’incontro con la sorella, il suo alter ego, a porgli il dubbio, a metterlo di fronte alla propria condizione, a far scattare quella cognizione improvvisa di ciò che è e quindi della vergogna stessa. L’occupazione dello spazio fisico e mentale che è la propria casa, il ritrovarsi di fronte un’altra persona che al contrario di lui vive di ricerca di sentimenti, lo porterà a discendere ancora di più nell’abisso nella speranza, solo apparente e appena accennata nel finale, di essere uscito dal tunnel, di presentarsi al mondo diverso da come era prima. Ma non sappiamo se davvero ci riuscirà, McQueen non ci dice nulla a proposito. Anche prima della parola fine si limita al presente. Forse Brandon che non gioca più con gli sguardi delle donne incontrate sul metrò è cambiato, ma è probabile che resterà ciò che era il giorno prima. Vivendo la sua condizione esistenziale in modo drammatico, con la consapevolezza di essere su una circonferenza che porta sempre allo stesso punto.
<<LE HAVRE>>, nell’inutile titolazione italiana <<Miracolo a Le Havre>>, è stato uno dei migliori film dell’ultima edizione del festival di Cannes. Se non ci fossero stati il sorprendente <<The tree of life>> e il suo regista Terrence Malick, sarebbe stato un degno vincitore della Palma d’Oro. Avrebbe meritato il riconoscimento per la cura deliziosa che Aki Kaurismaeki ha posto in ogni particolare, per una sceneggiatura che dal favolistico sfocia nello scoppiettante e nel commovente, per l’uso sapiente dei colori, dell’ambientazione e per la tradizionale scelta perfetta di tutto il cast, nel quale in un ruolo di contorno trova posto l’icona della nouvelle vague Jean Pierre Leaud. C’è in questa opera morale dell’autore finlandese una sorta di consuntivo di tutta la sua cinematografia precedente con un cambio non tanto di passo quanto di visione che Kaurismaeki applica. Questa volta l’osservazione surreale del piccolo esercito di diseredati e pezzenti che compongono le sue storie, sfocia in una visione del mondo ancora più ficcante, precisa, dolcissima e allo stesso tempo amara di quanto sia accaduto ne <<L’uomo senza passato>> o << Le luci della sera>>, le ultime due opere prodotte negli anni passati.