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La sottile riflessione sulla storia di Pablo Larrain

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CON <<NO, i giorni dell’arcobaleno>> il regista cileno Pablo Larrain conclude la trilogia iniziata con l’indimenticabile <<Tony Manero>> e poi proseguita con il cupo e affascinante <<Post Mortem>>, film descritti ampiamente su questo blog  agli indirizzi www.guidoschittone.com/?p=323 e www.guidoschittone.com/?p=245. Non c’era bisogno di quest’ultima prova per comprendere quanto Larrain sia bravo e intelligente, però, come direbbero i saggi, aiuta. Perché qui, a differenza delle due precedenti prove d’autore, l’esponente cult di una delle cinematografie più interessanti degli ultimi anni rischiava il flop. Per il soggetto, in apparenza più semplice, meno misterioso, con minori spunti drammatici, e per la potenziale elegia che ne poteva scaturire. Se questo non accade il merito va tutto all’autore cileno che sotto le forme di un’opera strettamente legata alla realtà dei fatti, lascia perdere qualsiasi visione propagandistica o di schieramento per addentrarsi invece nella riflessione profonda di come le rivoluzioni, i ribaltamenti, le conquiste sociali della storia spesso accadano quasi per caso. <<No, i giorni dell’arcobaleno>> è la storia del famoso referendum che nel 1988 permise alla nazione sudamericana di liberarsi dalla dittatura di Augusto Pinochet. Una consultazione popolare voluta dall’esterno e appoggiata dalla dittatura stessa che stoltamente vedeva in questa opportunità il potenziale per darsi una patina democratica e libertaria a livello internazionale. La cronaca di quei giorni ha invece dimostrato il contrario: i No vinsero con ampia maggioranza, sancendo il definitivo declino del dittatore e il ritorno della democrazia in un paese che quindici anni prima era stato sconvolto dalla destituzione violenta di Salvador Allende e dall’instaurazione di un regime che si era macchiato di assassini, deportazioni e limitazioni alla libertà individuale. Per Pablo Larrain  il rischio di cadere nello scontato, nel classico film di denuncia, era grande così come appariva sufficientemente scontato il potenziale di dividere in bianco e in nero tutta la riflessione sulla dittatura e sui suoi oppositori. Invece questo non avviene, perché, l’ annotazione di pura cronaca permette a <<No, i giorni dell’arcobaleno>> di tenersi alla larga dal filone dei film di denuncia così come delle tesi precostituite.

NON E’TANTO  la crudeltà del regime ciò che Larrain vuole mostrare. Lo aveva già fatto nelle due pellicole precedenti, usando l’allegoria, mischiando i toni noir di <<Tony Manero>> con la cupezza disgregante di <<Post Mortem>>. In <<No, i giorni dell’arcobaleno>> l’autore pare prendersi una pausa, alla ricerca di un alleggerimento estetico che permette di superare le problematiche <<locali>> e di quell’episodio specifico. Perché in questo film il ragionare non è  sull’individuo alle prese con la dittatura, quanto di come la storia possa mutare attraverso la forma di comunicazione che viene usata. E’ il grande merito del regista cileno e dei suoi sceneggiatori. Ricostruendo le vicissitudini del pubblicitario René Saavedra, interpretato da un  Gael Garcia Bernal in splendida forma, e del variegato gruppo di suoi collaboratori che devono trovare spunti e modi per promuovere in televisione la fazione del No contrario al dittatore, Larrain sposta il proprio obiettivo dal Cile di quell’epoca alla storia intera. E’come se spiegasse a chi osserva quanto gli eventi possano essere non solo influenzati ma determinati dall’uso che i gruppi sociali fanno della parola e dell’immagine. La campagna referendaria, quindi, viene analizzata e mostrata per andare oltre ciò che lo stesso spettatore vede in scena; la forza del messaggio che non deve essere necessariamente basato su dati e fatti reali, quanto sull’allegoria, ironica, leggera ma non superficiale, ben più prorompente di qualsiasi discorso sui morti, sui desaparecidos, sui diritti negati che l’ortodossia politica vorrebbe invece mettere in evidenza.

E’, nonostante lo svolgimento in punta di piedi che Larrain si è imposto, una interessantissima presa di coscienza della casualità storica, dell’impotenza dei cuori che pulsano, della forza della manipolazione, della mistificazione pubblicitaria. Nel film il regista usa a piene mani moltissimo materiale dell’epoca: telegiornali, gli spot originali, i documentari. Compie un’esegesi approfondita di quei mesi, sfrutta i suoi personaggi come se facesse <<no fiction>> e non importa se alla fine i buoni vincono e i cattivi finiscono in esilio. Bisogna andare oltre mentre si segue con il sorriso sulle labbra il film. Nella realtà il pubblicitario René pur essendo figlio di una delle vittime del regime, sa che sta svolgendo semplicemente la propria professione. Crede nel No quanto il suo principale - l’attore feticcio di Larrain, Alfredo Castro- si adopera per il Si. L’uno e l’altro  sono  i volti della stessa medaglia. Svolgono il loro mestiere, si combattono tirando di fioretto più che di filosofia o credo politico. Non è un caso che le scene finali ci consegnino René quasi stupìto della vittoria perché anche lui come i personaggi di Raul Peralta in <<Tony Manero>> o Mario Corneo in << Post Mortem>> non è un eroe. Gli eroi non esistono. Non c’erano nei due splendidi film precedenti, non ci sono in questo che forse non ha la stessa forza drammatica ma che è sottile, intrigante con la presa di coscienza sociale del protagonista che arriva appunto con lo stupore di chi soltanto dopo aver compiuto la propria opera riesce a comprendere come ha inciso nella storia del suo popolo. Sarebbe stato molto facile, fin troppo scontato, concedersi alla retorica, alla demagogia. Non per Pablo Larrain che chiudendo il proprio trittico ne apre, idealmente, uno nuovo e ben poco consolante. La differenza è che in <<No, i giorni dell’arcobaleno>> il suo pessimismo è travestito. Ma resta sotto traccia, dietro a una corsa in monopattino che sa di liberazione o nel cielo azzurro di Santiago con un attore travestito da James Bond che lancia saluti da un elicottero a un gruppo di attrici di una soap opera da promuovere. Tutta la vita di una nazione in <<No, i giorni dell’arcobaleno>> è uno spot pubblicitario. La finzione come fattore determinante degli eventi. Sopra il dolore degli altri.

Così Nakashima punisce il Giappone dei giovani

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DELITTO E CASTIGO come base, anche citata nel finale, di <<Confessions>>, il film di Tetsuya Nakashima che ha sfiorato l’Oscar come miglior opera in lingua straniera e che nonostante sia del 2010 è arrivato in questi giorni nelle nostre sale per sancire la definitiva consacrazione di un autore importante, uno che sta riscrivendo la grammatica della cinematografia giapponese contemporanea. Perché si tratta  di una sorta di percorso conclusivo, una summa di tutto ciò che pulsa dentro il ventre mai pienamente mostrato di una delle nazioni più interessanti al mondo. <<Confessions>> è la storia di una vendetta, ancora più crudele del reato stesso. <<Confessions>> è anche uno dei film meno corretti politicamente che si possano trovare in giro per il mondo. E’durissimo, bellissimo nella sua perfezione scenica, psicologicamente devastante, aderente all’attualità sociale. Come se Nakashima sia colui che ha ricevuto il testimone per l’ultima frazione della staffetta, per tagliare il traguardo, per fissare un nuovo parametro  tecnico dal quale il cinema giapponese possa ripartire. Anche per questo <<Confessions>> resterà importante nel futuro. Non solo nell’oggi.

E’UN’OPERA sul cambiamento del Giappone; sulla sua gioventù, sulle radici apparentemente spezzate, su una cultura nella quale il rigorismo delle regole e delle norme ormai nulla può, è solo parvenza di una costruzione che non contiene casa, soltanto muratura di superficie. Oltre a queste vivono anarchia,  perdite di qualsiasi valore, assenza di esempi ai quali riferirsi, tecnologia usata al posto della comunicazione. La classe scolastica dei tredicenni di <<Confessions>> fa a pugni- in apparenza e poi spiegheremo i motivi- con gli studenti mossi dagli ideali de << La collina dei papaveri>> di Goro Miyazaki- la recensione su www.guidoschittone.com/?p=419-; sembra che per Nakashima e per l’autore del romanzo dal quale il film è tratto, Minato Kanae, il Giappone proiettato verso la modernità ma con ben presenti i valori basilari della sua cultura non esista più, sia morto, sepolto. E’il Giappone senza sconti, allegoria di un mondo contaminato quello che ci viene proposto. <<Confessions>> è l’evoluzione definitiva dei discorsi cinematografici mostrati nel recente passato da registi come Shinya Tsukamoto, non tanto quello di Tetsuo o di Tokyo Fist, debordanti di epica, bensì del magnifico quanto poco conosciuto Haze-la recensione su www.guidoschittone.com/?p=135-  cortometraggio asfissiante e claustrofobico ambientato in un luogo del nulla.

LA VITA per la scolaresca della professoressa Moriguchi non ha alcun valore. Due di essi, lo studente A - Shunya Watanabe- e lo studente B - Naoki Shimonura- hanno ucciso  sua figlia  per un esperimento. Moriguchi, nel giorno del congedo dalla classe, presenta il conto, asserendo di aver iniettato sangue infetto di Hiv nel latte che i due studenti hanno bevuto poco prima. E’l'inizio delle confessioni, delle versioni dei fatti, del perfetto ritratto psicologico che vittime e carnefici mettono in scena. Non c’è innocenza tra questi giovani, in nessuno di loro, nemmeno in chi con quell’omicidio non c’entra. Di fronte a loro hanno il nulla a cui riferirsi, le mancanze di un modello da seguire. Il loro quotidiano scolastico è una recita retta da fragili strutture, la settimana del latte, quella del giovane scienziato che si confrontano con lo spettro dell’aids, con i telefonini, con il bullismo. Nella realtà ogni mezzo usato dai protagonisti serve soltanto a sublimare le carenze originarie. Lo studente A prepara ordigni e inventa crudeltà perché sua madre è fuggita lontano, lasciandolo solo da piccolo; lo studente B, si sente isolato dal resto del gruppo, e l’omicidio è l’unica espressione che può mettere in pratica per sentirsi accettato e per sapere di avere una funzione sociale.  La grandezza del film, del suo soggetto, di una sceneggiatura durissima, è che gli sconti non ci sono per nessuno. Nulla induce al pietismo, al buonismo, non c’è l’affannosa ricerca di una parvenza di giustificazione. L’alienata gioventù di <<Confessions>> si nutre di modelli aberranti, eleggendo come idolo una ragazzina che ha sterminato l’intera famiglia.

IL MONDO di <<Confessions>>  ha perduto ogni legame con l’etica; nulla ha valore, nemmeno la legge. Per riportare tutto all’ordine ecco che la professoressa è costretta a muoversi al di fuori dei confini della legalità, ingenerando un clima di terrore psicologico che porterà a un doppio, quasi triplo, finale da leggenda dove non esisterà nessuna concessione se non alla giustizia <<naturale>>. E’una materia scottante quella che maneggia Tetsuya Nakashima. Uno scivolone e avrebbe potuto creare un film accusato di blasfemia sociale. Invece no, in mezzo a tanta violenza impartita alla psiche, il film sprizza umanità da tutti i pori, quasi sia dapprima un grido di dolore e poi di speranza. Ma è innegabile che la fotografia che <<Confessions>> fa del Giappone è tremenda, solca l’oceano Pacifico che lo separa dal resto del mondo per entrare nelle case di tutti quanti. Certo nel Giappone di qualche decennio fa si avvertiva questo profondo mutamento generazionale e uno scrittore fondamentale come Yukio Mishima se ne era accorto ben prima di tutti quanti . Gli studenti faticavano a restare nelle regole tramandate dai padri e ogni osservatore esterno dotato di un minimo di sensibilità avvertiva che la progressiva occidentalizzazione di quel paese avrebbe prodotto effetti devastanti. <<Confessions>> supera, fortunatamente, quella che è la realtà dell’oggi. E ci lascia un messaggio universale, tornando guarda caso, allo stesso discorso che il gruppo dello studio Ghibli della famiglia Miyazaki ha voluto lanciare con <<La collina dei papaveri>>: la vita ha bisogno di radici e di esempi. Al posto di un ostello da salvare qui c’è un orologio le cui lancette vanno a ritroso per poi riprendere il loro corso naturale. Montato con il gusto di chi conosce tutti i trucchi del mestiere, fotografato con quella perfezione propria dell’estetica giapponese, ritmato da una colonna sonora che spazia da Last Flowers dei Radiohead a Bach, <<Confessions>> sancisce il talento dell’autore di Kamikaze Girls e di una schiera di interpreti alcuni dei quali già notati nelle opere precedenti di Nakashima e di Miike Takashi. Uscire sconvolti e ipnotizzati è ciò che domandavamo a questo film. Ci è successo. Da non perdere.

Troppa maniera in quel sentimento

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NON E’SEMPLICE commentare l’ultimo film di Abbas Kiarostami, <<Qualcuno da amare>>, né è facile rispondere alla domanda se ci è piaciuto oppure no. La risposta è complessa, non sta sicuramente nelle categoria del no e del si, piuttosto in quella zona grigia che porta a propendere per la seconda e a volte per la prima. E credo  sia anche lo stesso spirito che pervade gli spettatori di quest’opera presentata l’anno passato a Cannes e arrivata in questi giorni nelle sale italiane. Il territorio è sempre quello del film d’autore, di uno di quelli acclamati dalla critica a prescindere sia per il suo percorso umano di esule iraniano sia per le oggettive capacità di ripresa e di tocco particolare. Non c’è nulla  da imputare alla forma di <<Qualcuno da amare>>. Sarà che Kiarostami è un accanito studioso della cinematografia di Ozu e quindi non c’è da stupirsi che la storia si svolga a Tokyo, in un Giappone svelato agli occhi occidentali per quello che è, con le stesse identiche sensazioni che chi capita da quelle parti per lavoro prova sulla propria pelle. Non è una cartolina turistica, è Tokyo reale che si staglia di fronte ai noi, con i suoi taxi con i coprisedili bianchi ricamati, i ponti sopraelevati che tagliano in mille parti la città, i pedaggi dei tratti stradali, il senso di solitudine<< in compagnia>> che prende chiunque, i bar affollati di giovani, la libertà sessuale delle studentesse in una nazione che è sempre tutto e il suo contrario, la regola e il volto nemmeno troppo oscuro di ciò che sta dall’altra parte. Penso che nella sua ossessiva ricerca delle proprie radici, Kiarostami abbia scelto Tokyo per ambientare <<Qualcuno da amare>> perché gli ricorda in qualche modo Teheran e quelle sacche di libertà da non mostrare ma esistenti che sono proprie di quella metropoli.

E’CHIARO che su questo fronte l’autore faccia centro così come nel proporci una storia che sebbene possa accadere ovunque, è particolarmente adatta al Giappone, s’innesta nella sua tradizione letteraria, basti pensare a quello splendido romanzo che è <<La casa delle belle addormentate>> di Yasunari Kawabata. Anche qui c’è un anziano al centro del film e anche qui c’è quel mondo molto giapponese delle ragazze da compagnia. Ed è proprio seguendo le espressioni, i rimpianti, i dubbi, della giovane Akiko, di giorno studentessa di sociologia, di sera escort con base in un locale alla moda, che a poco a poco Kiarostami coinvolge chi osserva. L’analisi della ragazza è precisa: viene dalla provincia, lavora per mantenersi gli studi, ha un ragazzo con il quale discute in continuazione, che è geloso e che non sa i motivi dei suoi improvvisi silenzi e della line telefonica staccata. Akiko quindi ci viene presentata dal regista in preda ai propri dubbi esistenziali e morali. Ha ricevuto una telefonata da sua nonna e sa che eticamente dovrebbe raggiungerla invece che finire a casa di un misterioso cliente impostogli dal proprietario del locale. E’una ragazza in contraddizione, divisa tra ciò che fa e ciò che sono le radici. E’su questa lotta interiore che si basa buona parte del film, perché chi ha ingaggiato Akiko per una notte è un anziano professore di filosofia che altro non vuole che <<qualcuno da amare>>. Da questo incontro Kiarostami fa nascere un’autentica piéce teatrale trasportata sullo schermo. Un dramma degli equivoci nel bel mezzo di un triangolo, professore-escort-fidanzato di lei, dove nessuno riesce ad esprimere compiutamente il proprio sentimento. E’il blocco che determina la caratterizzazione dei personaggi: Akiko costringe un tassista a girare attorno alla piazza della stazione per osservare la nonna che la attende invano. Il professore prepara una zuppa ai crostacei per la ragazza in segno di benvenuto che non verrà mai mangiata. Il fidanzato di lei spera con il matrimonio di non dover più vivere nella zona d’ombra del non detto di Akiko. Inganni, bugie  si concluderanno bruscamente con una finestra rotta, in un finale molto secco, non atteso, più teatrale che cinematografico e di sicuro non dalla parte degli spettatori.

 NON TUTTO funziona in <<Qualcuno da amare>>. Il contrasto tra la saggezza degli anziani e la confusione dei giovani regge fino a un certo punto.  La figura stessa del professor Watanabe, interpretata mirabilmente da Tadashi Okuno, resta sospesa  tra la vibrante partecipazione alla vicenda dei due ragazzi e la  non troppo disinteressata generosità nei confronti di Akiko. E’una storia che si annoda su sé stessa, che tende a perdersi per strada dopo un inizio molto bello e uno svolgimento basato sulle incomprensioni, sui no sense, sul ritratto di tre solitudini che paiono trovare l’unica forza nella necessità casuale di affidarsi a qualcuno. Alla fine Ryo Kanze, uno degli enfant prodige del cinema giapponese e non solo, sarà colui che porrà lo stop al gioco. Il triangolo di Kiarostami ci propone anche tre differenti tipologie sociali: l’intellettuale rispettato, isolato nel suo appartamento pieno di libri e illuminato da una finestra che dà sul mondo; la ragazza di provincia che cerca di abbandonare le proprie umili origini; il ragazzo di città che ha operato il rifiuto dello studio a favore di un’attività manuale che possa offrirgli garanzie per il futuro. Si cerca l’amore ma soprattutto un’idea di vita che nessuno ha bene in mente. Non certo la dolce e sensuale Akiko, Rin Takanashi, né il professore che sembra cercare ciò che non può più esistere. Ed è forse giusto che a spezzare l’intreccio sia alla fine il personaggio in parvenza più umile, l’unico che sa cosa pretendere e che divide il mondo in bianco e in nero. Ma non basta per riscaldare la platea che resta freddina di fronte a un buon film, dove la maniera supera il sentimento.

Le mille domande di Un Giorno devi Andare

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<< UN GIORNO DEVI ANDARE >> è un film sostanzialmente diverso da quelli che Giorgio Diritti ci ha proposto fino ad ora. Più complesso, meno intellegibile ma non per questo meno affascinante. Siamo sempre in presenza di un’opera di un grande autore che forse ha sentito la necessità individuale di spingersi oltre le tematiche che hanno caratterizzato i precedenti << Il vento fa il suo giro >> e    << L’uomo che verrà >>. Esistono punti di contatto tra quelli e il suo ultimo film ma servono soprattutto per delimitare un ambito fisico, per consentire l’evoluzione del discorso, per creare attorno alla storia una sorta di fil rouge nel quale lo spettatore possa trovare affinità con ciò che Diritti aveva illustrato e spiegato mirabilmente in quei due capolavori, uno dei quali, << Il vento fa il suo giro >>, giunto al plebiscito di pubblico e critica in modo spontaneo e senza alcun aiuto da parte delle famigerate cricche e lobbies che purtroppo infestano il mondo del cinema come tutto il resto che sa di italiano. Solo che << Un giorno devi andare >> sembra quasi un tentativo di andare oltre, di varcare ciò che è stato fatto, di proiettarsi con identico rigore e ampia libertà espressiva in un territorio inatteso, molto privato, intimo, riflessivo,  autorale nel senso migliore del termine, senza presunzione,  con umiltà. Perché questa è la  storia di una domanda esistenziale. L’andare per ritrovare il senso della vita o per fuggire dalla vita stessa?

E’IL TRAVAGLIO di Augusta che ha perso il figlio che attendeva, ha visto il marito rifiutarla e si ritrova laggiù, dall’altra parte del globo, in Brasile, a solcare le onde del rio delle Amazzoni assieme a una missionaria a bordo di un barcone che guarda caso si chiama Itinerante. Con un silenzio rumoroso che la devasta, con gli sguardi indagatori a ricercare quasi un’idea di trascendenza, a misurare il senso dello stare al mondo. E’il cammino di Augusta in un altrove che seguiamo. E scopriamo quasi subito che il suo << dover andare >>non è una scelta. E’un tentativo. E’il fare per trovare risposte, è l’ansia del comprendere il perché siamo, è il volersi dare nell’offrire per trovare giustificazione anche al nostro essere nel mondo.  Sono le domande degli umani, quelle alle quali gli artisti, in quanto umani essi stessi, si avvicinano e le ripropongono, lasciando tutto in sospeso come accade anche qui. Di certo Augusta è una donna giovane e coraggiosa. Sono i suoi dubbi che le donano la forza, sono i suoi timori a darle il coraggio di prendere in mano le situazioni. Di abbandonare il mondo degli indios da convertire e accudire e finire in una favela di Manaus per organizzare i lavori di quella gente, per aiutarla a sbarcare il lunario. Ritornando però, proprio alla fine del film, al punto di partenza, sola con sé stessa a chiedersi, domandarsi senza che la parvenza consolatoria dell’happy end ci dica realmente cosa sarà domani, quali certezze, se non il sorriso di un bimbo - ogni riferimento a << L’uomo che verrà >> non è puramente casuale- sia riuscita per davvero a conquistare. Forse la speranza. Di un mondo che si scambia sorrisi, che si confronta, che agisce all’unisono per creare un grande cerchio del bene. << Un giorno devi andare >> è anche un film sulla fratellanza, altro tema sul quale  Giorgio Diritti batte sempre attraverso le percussioni della propria raffinatissima cinematografia.

NON E’FILM SEMPLICE: il fatto che procuri divisioni tra  favorevoli e contrari lo dimostra. Non si tratta di ciò che si vede; ma di ciò che si prova seguendolo. Di come lo si assume e digerisce. Affascina ed è naturale che accada. Tra i meriti di Giorgio Diritti in << Un giorno devi andare >> c’è  il meraviglioso senso documentaristico di fissare la realtà della favelas brasiliane con precisione quasi giornalistica- da grande inviato- , informativa e analitica. Favela che per chi conosce il Brasile non rappresenta soltanto il regno dell’emarginazione, della povertà, della disperazione. Ma è un esempio perfetto di organizzazione sociale, di comunità, con le sue regole, con la sua collegialità, con gli sfruttati e gli sfruttatori, con gente che non perde mai la propria dignità perché in grado di lottare con decoro per la sopravvivenza giorno dopo giorno. Con una visione prospettica mai rassegnata. E’ la forza dei diseredati brasiliani, quella messa nelle pagine di carta da Jorge Amado. I valori che non si perdono in quel mondo attaccato ai grattacieli metropolitani, sopportato, utilizzato alla bisogna, buono per far parte di un paesaggio in grado di creare interesse attorno alla miseria, sfruttato ai fini elettorali e lasciato lì. L’autore bolognese arriva a coglierlo con tocchi di grazia, riproponendoci la  visione di comunità che a differenza di quella de <<Il vento fa il suo giro >> qui accoglie l’intruso, lo straniero, il personaggio di Augusta e lo elegge a propria eroina, a motivo di forza. La giovane donna diventa all’interno del microcosmo dei baraccati il punto di riferimento ed è da questo che Augusta stessa ritroverà per un certo tempo la leggerezza dell’essere. Ma non per sempre, perché il suo << dover andare >> dipende in continuazione dall’irrisolto interiore. In parallelo le scene vanno e vengono dal Brasile al Trentino: partono dagli sguardi della ragazza per arrivare a quelli della madre la quale a sua volta è l’altra faccia della medaglia: anche lei  elabora i suoi lutti, il marito morto, la figlia lontana e silenziosa, l’anziana genitrice che le sembra distante e la comunità di suore missionarie alle quali svela il proprio essere agnostica. Tutto nel film avviene da una parte all’altra. Perdite, dolori, speranze.

NON E’SUPERBO Giorgio Diritti. Non ha la pretesa di fornirci la parola con la p maiuscola. E’forse questo che lascia perplessi alcuni, come se l’indefinito fosse la condicio sine qua non di tutto l’arrovellarsi di Augusta, del suo vagare. Diritti ripropone anche a noi gli stessi punti interrogativi, non si atteggia a professore, a solone, si fa piccolo. Così << Un giorno devi andare >> diventa uno di quei film attorno al quale possiamo girare e rigirare. Forse ha un limite nell’eccessiva ripetitività di alcune scene che sembrano appesantirlo ma che, allo stesso modo, potrebbero consentire all’occhio di perdersi nell’infinito amazzonico, ripreso in modo magistrale, proprio per permettere di elaborare nella mente il subbuglio interiore della sua eroina. Una donna come tante che vuole attraversare un confine perché- e qui riprendo la citazione di Richard Ford fatta nel precedente post sul suo meraviglioso << Canada >>, coincidenza nella coincidenza- vive un passaggio progressivo da un modo di vivere che non funziona a uno che speri che funzioni. Solo che in un << Giorno devi andare >> il radicalismo della scelta avviene senza il ritorno all’infanzia anagrafica, senza l’allegoria e con l’ansia mistica della ricerca della divinità dentro l’individuo. Nell’imporci i dubbi di Augusta è una magnifica Jasmine Trinca, perfetta nella parte. Epidermica, spontanea, trasparente nel proprio irrigidirsi e aprirsi, nel pianto e nel sorriso. E’umana come se non recitasse.  Ci aiuta a ragionare su questo film che credo si dovrebbe apprezzare ancora di più in visioni successive. E che potrebbe offrirci altre chiavi di lettura, altri particolari. Perché a volte anche noi che abbiamo la pretesa di giudicare ciò che vediamo ci sentiamo piccoli, impotenti e torniamo a casa con quelle voci frullanti  capaci di riempire il nostro silenzio. Lunga vita a questi film e a questo autore. Read more »

La fondamentale lezione di vita di Richard Ford

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QUESTA volta parlo di un libro, di un romanzo, anzi di un grande romanzo. Uno di quelli che che vanno riposti in bella vista in libreria, riaperti, riassaporati, riletti. Era da molto tempo che non mi accadeva di leggere qualcosa di forte, di basilare, di fondamentale. Troppa roba mediocre, sufficiente, poco entusiasmante in giro, nostrana e non. Poi è arrivato lui, Richard Ford  con il suo <<Canada>>-edizioni Narratori Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani- e mi sono riappropriato del gusto e del piacere del leggere. Dell’imparare. Del riflettere. Dell’armonia che un grande scrittore sa creare con il suo lettore. L’uno si trasforma nell’altro, le barriere vengono annullate, i confini scompaiono come un viaggio tra l’infinito senza carte spaziali.

<< Canada >> è il romanzo di uno sradicamento: psicologico, non solo fisico. C’è una trama semplice, ci sono pochissimi personaggi, c’è soprattutto il percorso umano di un ragazzino di quindici anni, Dell, al quale l’esistenza non ha riservato un grande destino. Potrebbe essere un perdente in partenza, o come dice un personaggio del libro << quasi tutti gli sfigati sono uomini che si sono fatti da sé>>. I suoi genitori, tipici esponenti della middle class americana degli Anni’60, sono finiti in galera per aver commesso una sciocca quanto inutile rapina in una banca, lasciando soli Dell e la gemella Berner in balia del futuro. Sono i fatti che Richard Ford introduce già nell’incipit del primo capitolo. Il resto è un incamminarsi a ritroso da parte di Dell stesso, ora diventato professore sessantaseienne, nel fotografare la cronaca minuziosa del suo vagare obbligatorio tra il prima e il dopo, il certo di allora, la transumananza necessaria e costritta, la scoperta di un mondo altro e nuovo, sconosciuto, minaccioso, il Canada appunto, dove in ogni caso Dell comprenderà il significato più profondo della vita, accettandolo. Così << Canada >> va oltre al semplice romanzo di formazione, diventa una lezione stessa sull’esistenza che Richard Ford ci impartisce senza prepotenza, senza rabbia, con una dolcezza e comprensione che non possono non catturare. Ecco il primo punto centrale della struttura di questo romanzo, diviso in tre parti: la semplicità di esporre concetti profondi da parte di uno dei più grandi scrittori contemporanei. Una lezione da chi è in cattedra senza che il lettore se ne accorga: Richard Ford sembra un compagno di banco, non il professore. Ovvero la vecchia figura del narratore senza se e senza ma, il cantastorie, l’uomo<< che racconta  favole ai bambini attorno al fuoco>>, come sostiene-e lo cito spesso- il regista e sceneggiatore John Milius. Penso sia il massimo complimento che si possa rivolgere a chi scrive, a chi sa fare le cose in materia artistica in generale.

Ma << Canada >> non è solo capacità, fluidità di tenere incollato il lettore per 424 pagine senza un attimo di pausa, una caduta, con costanza. E’ben altro. Sono il mondo e la sua relativa visione, gli aspetti, i significati a permettere di inspirare forte nei polmoni e dire che questo è il libro che si voleva leggere, il libro che ci ha scelto, il nostro, da appuntare al cuore. Dell Parsons è un bimbo cresciuto nelle città di provincia con le basi dell’Air Force che determinano lo scorrere sociale. Suo padre Bev è un ufficiale di aviazione, è un fallito perché non è mai riuscito a prendere il brevetto per pilotare gli aerei, si è limitato a bombardare, sparare ed è finito troppo giovane in congedo con i gradi di capitano . E’un uomo bello, alto, affabile, piacente, che forse nasconde qualcosa, che passa da un’impresa disastrosa all’altra. Sua madre, Neeva, è un’ebrea polacca arrivata negli Usa, piccola, bruttina, ha studiato, ama leggere poesie, scrivere in un libretto misterioso frasi e parole. E’un’infelice che si assoggetta. La gemella di Dell, Berner, è piena di lentiggini, ha il volto piatto e grandi occhi. E’di qualche ora più anziana del gemello, sembra la ribelle della famiglia. Una famiglia come tante, con la casetta in affitto, il giardino, la macchina ben lavata. Questo è ciò che sembrava a Dell. La verità non sarà questa e a poco a poco, attraverso il fatto che ribalterà l’esistenza di tutti e quattro, il ragazzino farà i conti con la percezione delle persone e degli accadimenti. Perché <<Canada>> è proprio su questo che si basa: su ciò che l’individuo vede e prova. La figura di Dell, l’io narrante della storia, è quella di un <<orfano>> reso tale dagli avvenimenti delittuosi dei genitori, che si ritrova in balia di un presente diverso. E’ lo sradicamento psicologico che ne comporta uno anche fisico di cui parlavo all’inizio. Così il Canada, la terra che non è promessa ma è soltanto una strada obbligata, diventa il confine di una giovane esistenza. Il passaggio che va attraversato con il confronto con gli splendidi personaggi del fascinoso Arthur Remlinger ( per ironia della sorte nel libro spesso viene citato Rimbaud)  del meticcio Charley. Tutti eroi negativi, dentro i quali si annidano batufoli di improvvisa saggezza, che insegneranno all’adolescente Dell il marcio della vita, il peso del passato, l’ossessione e l’impossibilità delle assenze da colmare mentre il ragazzo viaggia con gli occhi e la mente alla ricerca del senso del mondo.

SI PARLA molto di scacchi e di arnie nel libro. Sono i sogni di Dell, un ragazzino che cerca l’ordine perfetto delle cose nelle seconde e scoprirà proprio l’armonia seguendo i primi, quasi fossero figli della citazione di Ruskin nelle pagine finali <<la composizione è l’ordinamento di cose disuguali>>. Il destino vorrà che Dell non riuscirà mai ad appropriarsi di queste sue due passioni. Non in modo totale, almeno. Eppure la lezione che impartisce, ormai prossimo alla pensione, ai suoi studenti canadesi, lui che è americano, sarà chiara. Scrive Richard Ford all’inizio della terza e conclusiva parte di << Canada >>: “..e li invito a non cercare troppo accanitamente significati nascosti od opposti-anche nei libri che leggono- ma a guardare nel modo più diretto possibile le cose che possono vedere alla luce del giorno. Nel processo di spiegare a te stesso le cose che vedi, riuscirai sempre a trovarvi un senso e a imparare ad accettare il mondo>>. 

<<Canada>> , quindi, è anche un romanzo sull’accettazione non passiva, non ipocrita del destino. Dell sembra sempre in balia di ciò che accade; nella realtà è lui il motore di ogni cosa. Subisce gli eventi ma riesce ad avere la grandissima capacità di adattarsi a essi e di modificarli nell’intimo  proprio perché la vita gli ha insegnato fin da piccolo  il senso della saggezza. Come scrive ancora Richard Ford << La mia idea è sempre quella di “un confine da attraversare”;adattamento, passaggio progressivo da un modo di vivere che non funziona a uno che funziona. Può anche riferirsi al fatto di superare una linea e non essere più capaci di tornare indietro>>. E’ciò che capita alla famiglia Parsons, a tutti i personaggi di <<Canada>> e anche a noi, coscienti di ciò che abbiamo letto e certi che sarà molto difficile per lo scrittore americano superarsi ancora una volta. Perché questo libro, e non è slogan, è un capolavoro.

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Si, il lato è positivo

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<<Il lato positivo>> è un film riuscito ed è comprensibile il motivo per il quale abbia ottenuto un ottimo successo negli Usa regalando a Jennifer Lawrence l’Oscar per la migliore attrice protagonista della stagione cinematografica 2012. Ma c’è un altro fattore a fare della pellicola una speciale:la capacità del regista, David Owen Russell. Fino a qualche anno fa era stato uno dei tanti autori di scarsa presa critica per film che non convincevano appieno. Ma con The Fighter- la cui recensione appare su questo blog all’indirizzo www.guidoschittone.com/?p=343- aveva mostrato appieno le proprie qualità di ripresa, di messa in scena, di scavo psicologico dei personaggi. Ora si è riproposto con un’opera solo in apparenza differente. Sulle prime e in superficie potrebbe apparire come una commedia brillante confezionata secondo i migliori canoni della tradizione hollywoodiana. Nella realtà, invece, <<Il lato positivo>> non è altro che una variazione sul tema, lo stesso di <<The fighter>>. Anche qui, come nel film con Christian Bale, l’epicentro della storia gira attorno alla relazioni familiari. Anche qui c’è un’ossessione alla base della psicosi del protagonista e poco importa che il personaggio di Pat, il magnifico Bradley Cooper, invece che pugile sia un professore finito in clinica psichiatrica dopo aver scoperto il tradimento ricevuto da sua moglie. Perché, e lo comprenderemo man mano che la storia andrà avanti, l’autentico problema non è quello di allontanare il chiodo fisso e riconquistare l’amata ma di rimettere in sesto i cocci della relazione tra lo stesso Pat e la famiglia nella quale è nato e cresciuto. Padre, madre, fratello, amici. E’un percorso di vita che Russell descrive a suo modo.

L’OBIETTIVO   della camera è nervoso. Si muove con bruschi stacchi e primi piani degli occhi degli interpreti, si fissa sulle espressioni dei singoli più che sui totali ma in modo corale, accompagnandoli con i discorsi di ognuno che spesso si sovrappongono proprio per dare l’idea di cosa ci sia dietro alle paranoie di Pat. Un padre che ha perso tutto, il lavoro, i soldi, che nelle imprese della squadra degli Eagles trova una valvoladi sfogo. Non è solo passione, è il velo che il personaggio di Robert De Niro stende sul suo reale dramma privato: quello di non essere mai riuscito ad avere un colloquio autentico con i propri figli  e in specie con Pat. E c’è la figura della madre, Jacki Weaver, accomodante. Genitori affettuosi, preoccupati, dai quali traspare l’impotenza nell’aiutare il figlio ad uscire dalla propria sindrome. Per Pat, uscito dal manicomio contro il parere degli psichiatri e in stato di libertà vigilata, il ritorno a casa è  tentativo di riappopriarsi dell’esistenza, di trovarne un senso, di sbloccarla. E’lo sforzo di scacciare gli incubi e i fantasmi che puntualmente ritornano e provocano scatti d’ira che altro non sono che di disperazione. Finché non incontrerà lei, Jennifer Lawrence, un’altra psicopatica come lui,con un marito morto alle spalle, una vita di eccessi, di psicofarmaci, di sonniferi, di sesso sfrenato. Ma pronta per reagire, per svoltare.  Sarà questa unione di due apparenti diversità a permettere il ritorno di un’armonia non banale, nella quale tutte le caselle andranno a posto senza se e senza ma, senza dubbi perché il lato positivo non è solo il titolo italiano del film o ciò che il personaggio di Bradley Cooper vorrebbe senza riuscirci  imporre alla propria esistenza e a quella degli altri.

LA MAGIA del film risiede in questo: potrebbe essere un dramma, invece è una commedia. Sono i poli nei quali stazionano rispettivamente << The Fighter>> e << Il lato positivo>> che è brillante senza mai cedere nello scontato o nell’edulcorato fine a se stesso. La bravura di Russell sta nella capacità di amalgamare gli aspetti tragici con quelli leggeri. Di fare un film che tiene dal primo all’ultimo minuto lo spettatore incollato alla poltrona, riuscendo a suonare tutte le corde emotive richieste da chi guarda. C’è persino la lagrimuccia finale dell’happy end. Come se il regista abbia studiato a memoria i grandi <<vecchi>> hollywoodiani del passato, da Billy Wilder a Ernst Lubistch, per riproporci in chiave moderna discorsi serissimi in forma leggera.

LA FAMIGLIA per Russell è la vera e autentica fabbrica delle ossessioni individuali. Si nasce e si cresce per parlarsi celando i nostri lati oscuri. Ma è nel territorio del non detto, del particolare sfuggito alla vista e al cuore, che si annida la corrosione che poi porta alla discesa nel buio delle ossessioni. In <<Il lato positivo>> questo essere soli e interrotti in mezzo agli altri viene calibrato, modulato; il regista usa alla perfezione il bilancino del farmacista- dramma, sorriso, lacrima, risata, sospiro di sollievo- per proporre la medicina che reputa più giusta. E sfonda trasformando l’incomunicabilità in comunicazione, le parole al vento in espressioni del sentimento più puro. Nell’operazione lo aiutando gli attori. Jennifer Lawrence oltre che nel suo film d’esordio The Burning Plane dello scrittore messicano Guillermo Arriaga ci aveva lasciati stupefatti in quel piccolo capolavoro che è Un gelido inverno di Debra Granik. E’uno dei migliori noir degli ultimi anni- la recensione su www.guidoschittone.com/?p=343- grazie al quale l’allora ventenne Jennifer venne candidata all’Oscar 2010. Quest’anno lo ha vinto di slancio, portando nel personaggio di Tiffany  ribelle, svitato, <<smandruccato>>- come dice lei stessa nel film- e dolcissimo molto del precedente. Bradley Cooper offre qui la sua migliore interpretazione di sempre: è lui il perno del film, è attraverso le sue paranoie, i suoi sbalzi d’umore, i dubbi, l’attaccamento a un’ossessione artificiale e al rifiuto iniziale di una vita vera, che <<Il lato positivo>> suona tutte le note musicali. Assente, presente, uno sguardo mai banale, capace di passare dalla follia all’umanità estrema, costruisce una prova attoriale che costituirà probabilmente la base per una carriera migliore di quella finora avuta. E poi c’è lui, Robert De Niro, il valore aggiunto nel disegnare la figura del padre. Bastano i suoi sguardi nelle scene collettive, le sue espressioni, l’amore inespresso per il figlio, l’ansia di non riuscire a trovare un punto d’incontro, il senso profondo del fallimento esistenziale e allo stesso tempo la voglia di non mollare, di attaccarsi a qualcosa per scrivere che grande attore era e grande attore è ancora. Il resto del cast non è da meno. E se tutto questo non fosse sufficiente non resta che andare al cinema perché <<Il lato positivo>> è costruito a misura di spettatore. Segno ulteriore della bravura di David Owen Russell, un regista che passo dopo passo sta diventando un punto d’approdo sicuro per chi ama i buoni film e non le solite cose.

Un’intuizione lasciata in mezzo al guado

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SAREBBE ingiusto affermare che in <<Viva la libertà>> non si rida di gusto. Come sarebbe ingiusto dire che è un film brutto. Eppure  non c’è nemmeno da farsi ingannare dal battage pubblicitario  o da certi giudizi fin troppo generosi espressi non si sa per quale motivo. Uscita nelle sale in piena campagna elettorale -a pensar male si fa peccato, quindi lasciamo stare- l’opera di Roberto Andò entra di diritto nel novero dei tanti, forse troppi, film italiani che non si riesce bene a comprendere dove vogliano parare. Se sul fronte squisitamente politico, perché l’ambientazione è questa, se sull’allegoria o sull’apologo. Di sicuro senza la consueta e ormai <<(stra)ordinaria>> interpretazione di Toni Servillo e l’altrettanto convincente prova di Valerio Mastandrea saremmo qui a definirlo come film ben confezionato ma assai superficiale. Invece la prova di tutto il cast regge l’impalcatura più che bene e alla fine non si rimpiangono gli otto euro del biglietto. Tutto sommato se uno si vuole rilassare e soprattutto sorridere <<Viva la libertà>> è ben più consigliabile di molte altre pellicole. Un vero peccato perché l’intuizione del regista siciliano, autore del libro << Il trono vuoto>> dal quale il film è tratto, non è da disprezzare. Tutt’altro.

SIAMO all’interno di un partito in crisi nel corso della campagna elettorale. Il suo leader, introverso, silenzioso, sembra quasi non credere più ad alcun ideale. E’un uomo stanco, pieno di dubbi, in qualche scena sembra ricordare lo stesso politico che Servillo ha interpretato ne <<La bella addormentata>> di Marco Bellocchio. Solo che là i dubbi sono etici e si soffermano su una legge da votare; in <<Viva la libertà>>non c’è nulla di tutto questo, non ci è dato da sapere se non restare alla superficie. E’un politico che ha problemi con il proprio elettorato, di direzione del partito. Non crede più in ciò che fa. Che decide di votarsi alla libertà, scomparendo alla vigilia di un convegno europeo per raggiungere l’amore dell’adolescenza a Parigi , Valeria Bruni Tedeschi, nel film moglie di uno dei registi cult del momento. Il partito, il riferimento al Pd non è puramente casuale, si trova quindi costretto a giustificare dapprima la scomparsa del segretario con un fantomatico malore improvviso in via di guarigione e poi a sostituirlo con il fratello, interpretato sempre da Servillo, che ha trascorso in clinica psichiatrica quasi tutta la vita e ha un passato da importante filosofo. Ed è soprattutto un folle ubriaco di vita che usa la propria follia, vera o presunta, con un pragmatismo e una lucidità tali da consentire al partito di riguadagnare consensi nei sondaggi e avviarsi a un probabile trionfo elettorale. L’onorevole, invece, recupererà il senso dell’esistenza e forse tornerà ad occupare il proprio posto con rinnovato sentimento e passione.

IL FILM è tutto qui. Il resto è prova d’attori con i già citati Servillo e Mastandrea che occupano la scena e i <<comprimari>>( da Michela Cescon, alla Bruni Tedeschi, da Andrea Renzi a Gianrico Tedeschi fino a Anna Bonaiuto) che danno l’idea di lavorare divertendosi. Perché <<Viva la libertà>> è un film che si gusta, che scorre, che raramente ha attimi di stanchezza. Ma gli manca quella profondità che date le premesse poteva essere evoluta in modo differente. Lontano dall’idea di realizzare un film politico classico, Roberto Andò si affida all’alleggerimento delle tematiche classiche del <<genere>>. Porta il tutto in un mondo dove la favola del potere diventa protagonista, dove l’assurdo è più efficace del reale perché più vero; il <<folle>>attraverso la propria purezza e non contaminazione, permette il ritorno all’essenza della passione e della politica autentica. Basta quindi il raziocinio di un<< pazzo>> per ridare speranze e <<coscienza>> alla gente. E’ l’arma che Andò usa meglio ma così facendo lascia perdere tutto il resto e si affida a certi stereotipi intellettuali propri della sinistra che descrive: la Francia, la gente che lavora nel cinema, la recita della poesia brechtiana  con un cliché  prevedibile. Così <<Viva la libertà>> invece che riflettere sulla farsa del potere si limita a descriverla, senza entrare con il bisturi nei suoi personaggi principali. Si ferma laddove dovrebbe iniziare il film vero, lasciando allo spettatore un senso di incompiuto, di un discorso lasciato a metà.

Delude il Van Sant ecologista

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OGNI tanto capita anche ai grandi registi di impattare su una storia. Questa volta è toccato a Gus Van Sant che prendendo in mano un film che avrebbe dovuto dirigere Matt Damon lascia da parte i colpi di genio e si attiene alla sceneggiatura preparata dall’attore americano e dal suo amico John Krasinski. Nulla di male, sia chiaro: Van Sant va ad allungare semplicemente la lista di chi ha sbagliato nel 2012, trovandosi in ottima compagnia, da Cronenberg a Malick, tanto per citarne due. <<Promised Land>> non è un brutto film. Si fa guardare ma è privo di colpi di genio, è calma piatta, è un compitino pulito retto da ottimi attori, dalla professionalità della troupe, da belle immagini ma poco più. Ed è un peccato perché il soggetto, senza l’ansia di strizzare l’occhio all’happy end e al buonismo a tutti i costi, avrebbe potuto essere importante.

<<PROMISED LAND>> ci parla di come una grande compagnia di estrazione del gas, riesca a incidere nel tessuto sociale degli Usa meno conosciuti, offrendo denaro ai proprietari di fattorie e di terreni in crisi. Nel film la Global lo fa attraverso un giovane rampante che viene proprio dalla campagna, Matt Damon, fresco di nomina di vicepresidente commerciale delle aree di sua appartenenza. Conosce i territori, gli aspetti culturali della gente, vive camminando senza separarsi mai dagli scarponi che appartenevano al nonno contadino. Assieme a lui la collega Frances MacDormand. Le differenze tra i due sono evidenti. Steve Butler-Matt Damon è l’unico della sua generazione scolastica a non avere seguito gli studi di agraria. E’l'ansia del denaro che lo muove. Tutto si può acquistare:un terreno, il parere favorevole del capo di una piccola comunità. Per lei invece si tratta di semplice lavoro per dimenticare un matrimonio fallito e per assicurare una esistenza decente al figlio. I due formano un’accoppiata che sembra non trovare ostacoli. Noleggiano vecchie e scassate fuoristrada, si vestono come quelli del luogo. Nell’opera di convincimento non usano mai le maniere forti. Sanno parlare alla gente, sono vincenti, raddoppiano il fatturato e il numero dei contratti dei loro colleghi che operano in altre zone. Ma a McKinley non andrà così. Ci sarà un ex ingegnere della Boeing in pensione a mettere in guardia la comunità sui rischi delle trivellazioni e soprattutto arriverà un indomito ecologista, John Krasinski ad operare una campagna di controinformazione ai danni della Global che porterà Matt Damon a una presa di coscienza amara, al ritorno alle origini, all’ora della scelta. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. Il classico film molto ben realizzato che va bene vedere tra le mura domestiche ma che, per gente abituata ad altro, non vale il prezzo del biglietto.

PERCHE’ in <<Promised Land>> manca totalmente l’approfondimento. Tutto rimane in superficie nonostante ci fosse ampio materiale per sviluppare l’unica idea geniale del film, imperniata proprio sulla figura dell’ecologista. E’lui infatti che crea l’effetto a sorpresa finale. Uno sceneggiatore in gamba avrebbe proprio preso spunto da questo, ribaltando film e soggetto per inoltrarsi nel disegno non nuovo ma affascinante di come i grandi gruppi riescono a manipolare la gente creando un movimento d’opinione contrario e strumentale per rafforzare la posizione dominante, quella che sembra essere contestata. E’la finzione del potere che apparecchia dolce e salato in tavola. Che crea un’opposizione interna per giustificare se stesso. Tutto questo scivola invece come semplice fatto della storia. E non bastano le immagini di Matt Damon purificato e a posto con la propria coscienza per salvare dal naufragio un’occasione sprecata, della quale Gus Van Sant paga dazio. Meglio che ritorni a girare i propri film e non quelli degli altri.

Maya che fa la storia da sopravvissuta

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FORSE ha ragione Julian Barnes, lo scrittore inglese che con <<Il senso della fine>> ha vinto nel 2011 il <<Man Booker Prize>>, a sostenere che la storia <<E’fatta dai sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori né a quella dei vinti>>. Forse non c’entra nulla con il crepitante <<Zero dark thirty>>, l’ennesimo film azzeccato da Kathryn Bigelow, in cui si narrano modalità e aspetti psicologici della cattura e uccisione nel suo rifugio pakistano di Osama bin Laden nel corso di un blitz notturno il 9 maggio 2011. Però ho trovato delle corrispondenze con la frase tratta dal romanzo di Barnes, perché anche qui si rilegge la storia. Senza trionfalismi, con molto acume, con estremo equilibrio, lontano dalla tentazione di esaltare una nazione ma distante dal volerne mettere al centro le storture e le necessarie ingiustizie. Bigelow è quasi l’alter ego di Michael Moore. Laddove il secondo cerca di interpretare i fatti del recente passato districando tesi preconcette- intese quindi come assioma e conditio sine qua non-, la prima agisce al contrario. Documenta in modo ineccepibile i fatti senza assurgere a giudice morale né cadendo nella pretesa di dover assumere un ruolo etico, di presunta superiorità morale.

SE BIGELOW giunge a una conclusione è utilizzando la tecnica del romanziere, con l’elezione di un gruppo di personaggi che si muovono nel contesto di appartenenza. Così facendo la regista americana arriva a scavarne il ritratto psicologico mediante l’azione, dentro quindi alla storia stessa che racconta. Con onestà assoluta, mostrando lato A e lato B della medaglia. In <<Zero dark thirty>> siamo nel perfetto <<sequel>> del precedente <<The Hurt Locker>>. Al posto della guerra c’è la caccia al fantasma di bin Laden ma il personaggio di Jessica Chastain non è molto dissimile da quello del soldato americano che alla vita <<civile>> alla fine antepone il ritornare nei luoghi dove non esistono regole, dove il contenitore delle schegge impazzite e prive di apparente razionalità può dare un senso al suo essere nel mondo. Maya, l’anonima ma volitiva agente della Cia, ha il proprio scopo nel catturare il principe del terrore. Di lei, del suo privato, della sua storia precedente lo spettatore non sa e non saprà nulla. Non ci sono affetti, non c’è sesso. Possiamo solo immaginare una sua esistenza precedente e di sicuro non andremmo troppo lontano, perché si tratterebbe soltanto di supposizioni non suffragate dai fatti. Noi, dall’altra parte dello schermo, dobbiamo soltanto osservare come Maya opera all’interno del suo ambiente di lavoro, che è quello degli agenti americani alle prese con le complicazioni del terrorismo. Bigelow ci parla di un’ossessione: catturare bin Laden combattendo contro gli elementi esterni, l’inospitalità dei luoghi e i condizionamenti della burocrazia, i tentennamenti amministrativi, i preconcetti, i timori. Maya è tutto questo, una persona che non si arrende fino a quando non raggiungerà il proprio scopo. Ed è solo alla conclusione che vedremo un volo verso il chissà dove, verso il ritrovamento di un proprio io che doveva passare attraverso le vicissitudini anche interiori che la regista mette in scena.

FILM DI RARA tensione e dinamismo, <<Zero dark thirty>> si basa su documenti reali, su una ricerca minuziosa, sulla cronaca nuda e cruda mai romanzata ma solo trasportata sullo schermo mediante il cinema. E’uno spettacolo con la esse maiuscola che Kathryn Bigelow ci offre fin dall’inizio, con le straziante registrazioni originali delle voci di chi dell’11 settembre fu protagonista inconsapevole e vittima, coloro i quali si trovavano sui voli dirottati o all’interno delle Torri Gemelle. E poi ci trasporta nei luoghi segreti e dispersi delle torture, della detenzione ai limiti dell’umana sopportazione dei prigionieri. Sarebbe stato molto facile per chi ha delle infrastrutture culturali prendere un’altra strada, riflettendo sull’utilità della barbarie e fornirci mettiamo la solita versione <<personalizzata>> dell’ingiustizia della guerra e della lotta. Bigelow non casca nel tranello. Sono i fatti, è l’azione che interessa l’ex compagna di vita di James Cameron. In questo possiamo notare un certo parallelismo con l’ottimo <<Argo>> di Ben Affleck: in entrambi vengono messe in evidenza le fragilità del sistema ma allo stesso tempo il gusto del rischio alla ricerca della equa conclusione che uno Stato deve mettere in atto nei momenti topici della propria storia. La regista non fa sconti a nessuno e nemmeno stupida retorica.

L’OSSESSIONE di Maya-Jessica Chastain è quella di una nazione che dopo l’11 settembre si è trovata spiazzata, incredula, confusa. Maya ne rappresenta il simbolo stesso. Così Chastain offre la sua apnea esistenziale, la inietta nello spettatore che si ritrova proiettato in un mondo senza certezze, in continuo divenire, dove l’assoluto è il senso del provvisorio. Non esistono i buoni e gli eroi alla John Wayne. Non ci sono nemmeno i nemici pubblici numeri uno. Esiste solo un mondo dove regna il caos, dove il confine tra il giusto e l’ingiusto viene superato dallo stato di necessità, dove è il nulla il nostro  appiglio.<<Zero Dark Thirty>> con il suo ritmo incalzante, con i suoi 157 minuti che paiono durare lo spazio di un respiro, diventa quindi un’allegoria dei tempi moderni. In tutto ciò a trionfare è la forza del cinema. Nulla è sbagliato nella costruzione e nello svolgimento: diviso in otto capitoli, il film è un fiume in piena che travolge e rende partecipi. Una summa di tecnica, dinamismo, dettagli, azione, intelligenza. Jessica Chastain ne è l’indiscussa regina. L’avevamo scoperta nel magnifico e difficile <<The tree of life>> di Terrence Malick, quasi eterea, ed ora eccola qui in odore di Oscar dopo aver trionfato ai Golden Globe. Mai sopra le righe, misurata e volitiva, è Maya, la sopravvissuta che fa la storia, l’idea materializzatasi in abiti femminili di un’America in cerca di sé stessa che vuole chiudere, come un portellone di un C130, i conti con ciò che è stato senza sapere cosa ci sarà dopo. Se tutto sarà finalmente finito o se nulla sarà mai più come era prima dell’11 settembre. C’è il senso della storia, del suo incedere. C’è il senso dell’individuo che la crea e la subisce. Ci sono lacrime finali, quasi una liberazione che non cancellano i dubbi. Anzi li incrementano. Maya ha raggiunto il proprio scopo ma ora cosa le resta? A noi di sicuro il ricordo di un film splendido.

Il ritratto perfetto della mia generazione

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PER COLORO che appartengono alla mia generazione <<Après Mai>>, volgarmente tradotto in Italia con <<Qualcosa nell’aria>>, è uno dei film che sarebbe gravissimo perdere. Perché parla di noi, dei nostri sogni, dei nostri ideali, delle speranze e dei tradimenti. E lo fa con una delicatezza, con una grazia delle quali Olivier Assayas è maestro, sia per cultura cinematografica, sia perché il suo modo di fare film è del tutto personale, in punta di piedi, senza banalità o sciocche spettacolarizzazioni, raffinato, analitico senza l’ansia di voler salire in cattedra. Questi sono i film da gustare fino in fondo, con il sorriso anche amaro sulle labbra, con corpo e anima che superano le barriere ed entrano oltre lo schermo, nella storia. Proprio per accompagnare i protagonisti come fa Assayas nello spiegare un’epoca e nel realizzare probabilmente il miglior film mai prodotto sul dopo 1968. Il fatto che <<Après Mai>> abbia vinto il premio per la  sceneggiatura al festival di Venezia, la migliore rassegna europea dell’anno passato, è solo una ciliegina sulla torta, il giudizio non muterebbe anche se fosse rimasto fuori dalle preferenze della giuria.

SIAMO nel 1971, tre anni dopo il maggio francese. L’ambiente è quello del liceo con gli studenti che sognano la rivoluzione. Quella che ci propone Assayas non è la solita frittata mista cucinata con i luoghi comuni. Sono le piccole cose che interessano l’autore;le piccole lotte quotidiane di un gruppo di ragazzi che hanno ideali. Vivono tra le proprie ambizioni, i primi amori, utilizzano gli slogan proposti da questi e da quelli, personalizzandoli. Sono le storie private che diventano pubbliche nel momento in cui si crea gruppo. Ci si sfoga imbrattando i muri con slogan, ciclostilando pensieri e proteste, immaginando un mondo diverso, cercando in ogni caso di forzare attraverso i propri talenti lo stato delle cose. E’una gioventù colta, che legge, che si informa, che studia. L’antieroe di Olivier Assayas è Gilles,  il curioso, a volte stranulato, efficace Clement Metayer: i suoi occhi osservano ciò che scorre attorno e sono quelli del regista. Non è un caso che come Assayas, figlio di un grande sceneggiatore di cinema, anche Gilles sia il pargolo di chi lavora nel produrre e nello scrivere film. Ma il suo ideale è la pittura. Dipinge cercando il proprio stile, non seguendo le mode, in questo si pone subito in contrasto e a volte in contraddizione con la battaglia politica che svolge assieme agli amici. Perché sa che l’arte è individuale. Il suo percorso formativo vive quindi su un doppio piano. Da un lato quello intimo, con l’amore per Laure e Christine, per la rappresentazione mai fotografica della realtà attraverso la pittura, dall’altro quello pubblico, con l’ansia di cambiamento e degli ideali propri dell’epoca in cui vive. E’un continuo confrontarsi con ciò che lo circonda. Diventandone protagonista e osservatore. Ponendosi sempre domande e trovando raramente risposte.

NON E’raro in <<Après Mai>> che la scenografia imponga spesso una salita e una discesa. Può essere di una strada, di un muro da scalare, di un liceo da imbrattare nella sua altimetria, di un panorama da osservare dall’alto verso il basso. E’come se Assayas voglia dire attraverso la cinepresa che questo continuo ricorso ai due piani sia di rendere evidente allo spettatore la ricerca di baricentro da parte dei suoi ragazzi. Che non trovano come è nella logica dell’età e di quella stagione. Gilles e i suoi compagni spesso corrono. Per sfuggire ai manganelli della polizia, alla reazione dei guardiani della scuola. E passeggiano nei momenti dell’amore e dell’incontro, scambiandosi libri, poesie. Viaggiano per l’Europa al seguito di una troupe cinematografica. Prendono direzioni differenti. Vogliono di fatto crearsi all’interno di un mondo che sta cambiando ma non si sa come.

OLIVIER ASSAYAS fotografa alla perfezione i primi Anni’70, le scelte e il restare. Dipinge con soggetti stereotipati le varie tipologie anche sociali che stanno accanto ai suoi protagonisti. La milionaria artista, Laure ovvero Carole Combes, che si perderà nella droga; la più concreta, e nuovo amore di Gilles,  Christine, Lola Creton,che invece seguirà uno dei cineasti che vogliono descrivere rivoluzioni e mondo, l’americana Leslie, India Menuez, che tra Firenze e Kabul sceglierà di riprendere la strada di casa dopo avere abortito o coloro i quali si daranno alla clandestinità e alla lotta armata. E’storia di ideali e di tradimenti delle radici; alla fine Gilles alla pittura anteporrà il cinema-splendido il prefinale con la sua immagine che si pone dietro il set cinematografico nel quale lavora diventando un’ombra- ma lo spirito di quella generazione non si perderà mai.

LA FORZA di <<Après Mai>> sta proprio in questo: non si elegge mai a disanima o a analisi dei tempi che abbiamo vissuto. Li descrive come fossero presenti. La malinconia arriva con le domande che ci pone: non ribaltandoci le solite menate su gioie e dolori del 1968 e dintorni, qui spesso ritratte in modo impietoso e senza alcun affetto-le scene fiorentine sull’utilità sociale del cinema e su come dovrebbe essere descritta una rivoluzione popolare sono spassose, mettendo a nudo ingenuità e superficialità- piuttosto paragonando quella gioventù all’attuale, senza mai accennare a quest’ultima. Ed è un discorso che sgorga in automatico e che pone tantissimi punti interrogativi su ciò che sono ora i giovani. Confesso un certo senso di superiorità e di orgoglio all’uscita dalla sala. Non eravamo migliori, ma molto diversi si. Perché vivevamo di passioni e amori. I quadri, i libri, la musica, le poesie. Sognando la costruzione di  un nuovo mondo senza poi ribaltare granché, anzi, ma con la soddisfazione almeno di averci provato e di non essere mai cambiati. Pulsanti come allora.