Posted on January 24th, 2010 by Guido

NON AVEVO alcun dubbio che il secondo film di Giorgio Diritti sarebbe stato all’altezza e forse superiore al primo, a quel <<Il vento fa il suo giro >> - il commento è inserito nel mese di luglio 2008 del blog- che ha rappresentato un caso di spontaneità mediatica due stagioni orsono e soprattutto di originale qualità. << L’uomo che verrà >> è il naturale proseguimento del discorso iniziato da Diritti con quella opera. Si badi bene: la coerenza narrativa è una dote naturale, istintiva, propria di pochi. Vedendo << L’uomo che verrà>> si ha quasi l’intuizione che il regista bolognese abbia in mente un affresco complessivo e che questi due film non siano altro che parti di esso, sezioni di un progetto globale che come obiettivo ha la descrizione della natura umana attraverso originali messe in scena. In << Il vento fa il suo giro >> Diritti poneva a confronto le diversità culturali, le difficoltà di accettazione. Era un discorso disincantato, per nulla retorico, crudele e allo stesso tempo amaro e melanconico di come sia difficile cambiare l’uomo al cospetto degli altri uomini. Un film di rara profondità intellettuale, oltre che di oggettiva bellezza. Emozionante, coinvolgente.
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Posted on January 17th, 2010 by Guido

NON deve stupire il paragone con il quale salutiamo il debutto alla regia dello stilista Tom Ford. Lo spettatore attento di A single man, finalmente arrivato nelle sale dopo il successo veneziano, se ne accorge, va subito in automatico senza rifletterci un secondo alla cinematografia dell’autore cinese di Hong Kong. Dove è che ha già visto lo stesso modo di riprendere in ralenty camminate, saluti, volti, ambienti, passeggiate in automobile? Dove è che ha già notato la precisione dei particolari, un occhio sul quale una matita disegna un rigo di trucco, la cura del vestiario dei protagonisti, dell’ambientazione d’epoca o udito l’accompagnamento musicale delle varie scene? Ma certo in quelle due magnifiche riletture del melodramma che sono In the mood for love e il suo seguito 2046. Non a caso tra gli autori delle musiche di A single man appare Shigeru Umebayashi, vale a dire il compositore di In the mood for love. Ma non è solo la musica a mettere in relazione il protagonista dell’esordio più sorprendente dell’anno con colui che ormai può essere definito a tutti gli effetti uno dei moderni maestri del cinema.C’è appunto il melodramma scelto da Tom Ford per il debutto e una trama per nulla scontata, per niente facile come la rilettura del romanzo di Christopher Isherwood pubblicato in Italia da Adelphi. Al paragone con Fassbinder arriveremo dopo.
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Posted on January 15th, 2010 by Guido

La morte di Eric Rohmer è stata salutata con grande partecipazione. Era naturale che accadesse perché il personaggio era assai curioso. Tanto silenzioso e schivo in pubblico, l’uso dello pseudonimo con lui si è trasformato quasi in un’acquisizione di nuova identità universale, quanto <<logorroico>>nella propria opera. La scomparsa di Rohmer riduce a poche unità quel numeroso gruppo di cineasti, giovani, ribelli e spesso l’uno molto differente dall’altro, che tra la fine degli Anni’50 e l’inizio degli Anni’60 diedero vita alla <<nouvelle vague>>, un movimento che non fu regionalista, non si limitò a influenzare il cinema francese, ma divenne universale. In Rohmer c’è la platealità di un’intuizione: vedere il cinema non solo come uno strumento di espressione dell’immagine, come creatore di spettacolo, ma come naturale proseguimento della pagina scritta, della letteratura. In questo Rohmer e Truffaut sono stati molto simili come approccio. Il secondo celebrò questa commistione in uno splendido film da non dimenticare, <<L’uomo che amava le donne>>, nel quale il film a poco a poco si trasforma in libro seguendo le avventure del proprio protagonista. Non a caso Truffaut prendeva spesso spunto per i propri soggetti da romanzi o racconti. Fu così con <<Le due inglesi e il continente>>, con <<Fahreneit 451>> o con <<La camera verde>>.
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Posted on January 7th, 2010 by Guido

Le cose carine non mi piacciono. Sono una via di mezzo. Né belle, né brutte, appunto carine. Le dimentico, non solcano alcun terreno intimo, non portano a domande, non fanno nemmeno arrabbiare. Sono indolori, insapori. Alla fine non dicono nulla, perché non usano il mio linguaggio, perché accontentano tutti senza in realtà coinvolgere nessuno. Il caso cinematografico del periodo natalizio è stato un film francese pluripremiato a destra e a manca, strombazzato, idolatrato persino da quella critica che a volte appare fin troppo severa di fronte a film ben più importanti.
<< Welcome >> di Philippe Lioret è l’ennesima pellicola sull’emigrazione, sulla crudeltà della condizione umana, sull’intransigenza, sulla stupidità cieca delle misure di polizia per arginare il fenomeno della clandestinità. E’anche un film che parla di sogni spezzati ma da agguantare, di perdite, di rinascita se si ha il coraggio di specchiarsi e confrontarsi con coloro i quali facciamo finta di non vedere o che scansiamo. Lioret non ci toglie nulla: c’è l’istruttore di nuoto prossimo al divorzio dalla moglie intellettuale e volontaria nel servire pasti caldi ai clandestini. Ci sono questi ultimi che pur di emigrare dalla Francia all’Inghilterra si prestano ai ricatti delle organizzazioni, a rischiare la morte. Ci sono quelli che ce l’hanno fatta e se ne stanno a sbarcare il lunario a Londra organizzando i matrimoni delle figlie con i cugini per migliorare la propria situazione sociale. Ci sono i poliziotti dell’emigrazione. Quelli che fanno ciò che devono ai posti di frontiera, scovando i clandestini dentro i cassoni dei camion, i commissari di polizia che comunque devono mettere a segno qualche colpo, qualche successo per far parlare e possibilmente ottenere una promozione, ci sono gli inquilini spioni e chi, nella disperata speranza del clandestino innamorato, rivede un po’sè stesso, ritrova la voglia di lottare, di comprendere i propri fallimenti e di tornare ad avere il coraggio di imporre una giustizia umana, etica che guarda caso va contro alla stupidità di quella pubblica e normativa. Alla fine, perché si tratta di uno dei <<J’accuse >> più ruffiani e buonisti degli ultimi anni - noi amiamo i finali cupi, quelli che crediamo siano più in sintonia con la vita, almeno quella che viviamo noi e della quale abbiamo esperienza- per non scontentare nessuno il regista fa morire il clandestino e ritrovare l’amore al suo istruttore di nuoto che probabilmente dovrà subire un’ennesima denuncia per non essersi presentato a firmare per la propria libertà vigilata, andandosene persino a Londra nonostante il divieto d’espatrio. Così gli spettatori sono belle e serviti: piangono a comando ed escono dalla sala più buoni. D’altronde è il film che ha causato lunghe code per Natale…….
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Posted on December 6th, 2009 by Guido

Il credo ebraico mi ha sempre affascinato. Dell’ebraismo posseggo una visione molto letteraria come credo accada a chi si è imbattuto in alcuni tra i più grandi scrittori della storia. In ognuno di loro, pur con le dovute differenze di epoche, di qualità, di stile, c’è sempre un nucleo centrale di ogni storia che vede l’individuo a rapporto con il proprio dio, con la complessa struttura religiosa ebraica, con gli insegnamenti. Il rapporto è sì di sottomissione come avviene con il cattolicesimo ma questa avviene quasi sempre attraverso un colloquio diretto, attraverso ribellioni, con un cammino che gli scrittori o i registi dipingono sempre molto bene. L’ebreo letterario è un uomo che si pone domande, mille domande. Che si arrabbia con il proprio dio, lo venera ma allo stesso tempo gli chiede i perché di un destino poco felice. A volte è un uomo che si ribella agli schemi rigidi della struttura religiosa. Chaim Potok è uno di questi scrittori che riescono con molta semplicità a spiegare il rapporto tra individuo, testi sacri, dio e i rabbini. C’è quindi una visione che fa dell’ebraismo una religione per nulla distante dall’individuo, anzi molto umana e spero mi si passi la contraddizione. La premessa era doverosa per introdurre << A serious man >>, il film dei fratelli Coen, presentato al festival di Toronto e uscito in Italia nel week end.
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Posted on November 29th, 2009 by Guido

L’offerta di film al limite della sufficienza qualitativa di queste due ultime settimane permette di procedere a ritroso in compagnia di alcuni grandi classici. Un modo per rinfrescare la memoria e per scuotere la testa di fronte a prodotti attuali che spesso fanno cascare le braccia. Passeggiando tra Welles e Peckinpah è spuntato all’improvviso William A. Wellman, l’autore di un film che da bimbo avevo molto amato e poi rivisto un paio di volte: <<Nemico pubblico>> (1931) con James Cagney primattore, Jean Harlow, Beryl Mercer, Donald Cook, Edward Woods e altri ancora. Il film è una delle pietre miliari del genere gangster story, perché rompendo le tradizioni segue l’ascesa e la decadenza di un piccolo teppista fino alla morte finale in una delle scene << madri >> della storia cinematografica. Non ne ricordavo, però, l’incipit. Ne avevo vaga memoria, confusa.
Siamo nel 1909 alla vigilia del proibizionismo. Cosa fa Wellman? Subito dopo i titoli di testa riprende la mano di un barista che muove le leve del serbatoio di birra. Voci confuse fuori campo, gli avventori, continuano a ordinare. <<Per favore una birra>>. <<Dammi una birra>>. <<Mi dai un’altra birra?>>. La cinepresa stacca sui boccali e sull’azione della mano che si sposta verso il bancone e ci porta a un primo piano scuro. Allargandosi, l’immagine ci mostra una serie di botti di legno accatastate su un calesse che inizia a muoversi: altra birra nel corso di un attraversamento pedonale. La cinepresa si sposta all’angolo opposto della strada: ora vediamo l’ingresso di un locale dove un gruppo di persone sosta con bicchieri in mano. All’improvviso, mentre il carretto che trasporta birra ha attraversato l’incrocio, sfila la banda dell’esercito della salvezza. Elencando le scene dell’incipit quindi si vede :a) mani che servono birra;b) botti di birra;c) un pub dove vendono birra; d) l’esercito della salvezza. In meno di un minuto e mezzo Wellman ci ha già condotto per mano nell’universo nel quale avverrà la storia. Lo spettatore ha già chiarissimo il concetto. Sa dove si trova, in quartieri degradati, sa che la birra o comunque gli alcolici faranno parte della storia, sa che il mondo che verrà mostrato riguarderà povera gente, sottoproletariato o piccoli borghesi senza lavoro. E quando vede la scena successiva si rende conto che quei bimbi proiettati sullo schermo diventeranno i protagonisti del film e che presumibilmente finiranno male. Wellman aggiunge quindi un quinto indizio a questo incipit, lo completa: e) due bambini scappano dopo un furto. Read more »
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Posted on November 24th, 2009 by Guido

Si intitola <<Inventare il mondo >>, è edito da Garzanti e scritto da Ferruccio Parazzoli. E’il prossimo saggio che acquisterò ma che, attraverso una ottima recensione-colloquio con l’autore ad opera di Paolo Di Stefano apparsa lunedi 23 novembre sul Corriere della Sera, mi ha già incuriosito e so che non deluderà. Questione di istinto, brutale e violento, lo stesso che dovrei sempre seguire, lasciando da parte i battage pubblicitari sul libro di questo o di quello. Quando mi affido al naso, al fiuto non sbaglio mai. Posso immergermi in un libro non del tutto felice, in una produzione minore, ma in definitiva è come quando vado al cinema: scelgo sempre il meglio o comunque il peggio del meglio, di mia iniziativa e non per via del tam tam mediatico. Su questo non ammetto repliche, è una presunzione della quale mi assumo tutte le responsabilità del caso. Sfogato il narcisismo egocentrico passiamo dunque
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Posted on November 14th, 2009 by Guido

Quando penso a Pedro Almodovar accade quasi sempre un fatto straordinario, fuori dal consueto: non riesco mai a ricordare un suo film. Confondo la trama di uno con un altro, dimentico i titoli, gli interpreti, faccio confusione. Non riesco quindi a inserire il cinema di Almodovar in una dimensione storica. L’unico di cui ho memoria precisa, tangibile è << Volver >>. Scritto così sembrerebbe che io non apprezzi la cinematografia del regista spagnolo. Invece no. L’altro fatto straordinario è che quasi tutti i film di Almodovar mi sono piaciuti, mi hanno emozionato. Eppure non li ricordo. E credo, andando a casaccio nel territorio del passato, di averli visti tutti. Forse accadrà anche con << Gli abbracci spezzati >> che ieri sera mi ha commosso, che ho sentito molto mio, molto intimo, e del quale, altra stranezza, faccio fatica a scrivere.
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Posted on November 1st, 2009 by Guido

Per sgombrare il campo dagli equivoci scriviamo subito che << Il nastro bianco >> di Michael Haneke è un ottimo film. E’quindi meglio non prendere nemmeno in considerazione alcune critiche feroci che gli sono state rivolte dai recensori che da sempre hanno una sorta di prevenzione nei confronti del regista austriaco, ormai naturalizzato francese. Se << Il nastro bianco >> ha vinto la Palma d’Oro a Cannes, ripetendo il trionfo de << La pianista >>, 2001, e superando il verdetto del 2005 di << Niente da nascondere >>, premio alla regia, non è un caso. Forse a Cannes nel 2009 ci sono state pellicoli migliori, penso al film di Audiard per esempio, ma alla fine non è che il riconoscimento principale sia andato a un film che presto cadrà del dimenticatoio. Tutt’altro. Chiarito il concetto è da sottolineare che << Il nastro bianco >> appare però come un’opera atipica della cinematografia di Haneke. Più didascalica rispetto alle precedenti, più programmatica, meno misteriosa e per questo meno magica, meno affascinante. Non che si pretenda sempre di spaccarsi la testa contro il muro per cercare di risolvere i dubbi, le domande che i registi ci pongono e si pongono. Però alla fine de << Il nastro bianco >> c’è troppa gente soddisfatta, sorridente, contenta che di domande non ne ha da rivolgere. Nella trasparenza di trama e di svolgimento Haneke inverte il proprio percorso autorale, segue un territorio al quale non è aduso , che percorre benissimo, ponendo tutti gli elementi del suo << antico >> discorso sulla autorità, sull’intransigenza religiosa e del potere, sulla conseguente ribellione, sulla doppia anima dell’uomo, con perfetta maestria. Ed è forse questo che non convince appieno, che consente a una leggera delusione di fare breccia in chi per esempio ha amato moltissimo << Niente da nascondere >>, il suo film migliore. Giocando con quel titolo, in << Il nastro bianco >> Haneke avrebbe dovuto celare, offrirci qualche dubbio, graffiarci e percuoterci. Invece niente nasconde. Read more »
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Posted on October 30th, 2009 by Guido

Hang gi spunta dalla folla, fissa una panchina. C’è seduta una ragazza. La cinepresa ne segue i contorni del corpo, scende alle gambe sottili, ai piedi. Un cerotto fa capolino dalla scarpa sinistra. E’la prima ferita suturata del film. L’uomo ora le siede accanto. Lei telefona al fidanzato. Poi Sunhwa va a sedersi in un’altra panchina infastidita da quella presenza estranea. Arriva il fidanzato. Hang gi se ne va. Si volta, fissa la coppia. Ritorna. Prende Sunhwa di forza e la bacia. Sembra una scena traslata da << Baci Rubati >> di Truffaut. Si apre così << Bad Guy >> di Kim-ki-Duk che con << Baci Rubati >> non ha altro con cui spartire se non il senso della battuta finale sul definitivo dell’amore di quel piccolo gioiello francese. Siamo nel 2001, alla conclusione del primo ciclo di film del regista coreano, allo spartiacque tra un prima e il dopo, e Kim Ki-Duk alza il tiro, tocca la propria apoteosi visiva, la spinge oltre a ciò che aveva mostrato per esempio ne << L’Isola >>. L’uomo che ha baciato la ragazza è un protettore. Picchiato, ferito nel fisico e nell’orgoglio, la condurrà alla prostituzione. Non per vendetta ma per ossessione amorosa. E come nei classici, il rapporto tra carnefice e vittima passerà da un polo all’altro in un intreccio psicologico morboso dal quale nessuno dei due riuscirà a sottrarsi. Fin qui sembrerebbe una trama normale. Ma siamo nella terra mentale di un grande artista visivo, pittore prima che autore cinematografico (plateale ad esempio l’omaggio che rende al suo amato Egon Schiele). In << Bad Guy >> fluttiamo nella frammentazione per simboli e particolari, nella continua ricerca di uno spazio che sia in grado di annullare il dato temporale e proprio per questo darci l’esatta dimensione di un qualcosa che è grande, prorompente, assoluto come appunto l’amore. Spazio non più come contenitore di tempo ma riempito dalla radicalizzazione del sentimento, l’unico che Hang gi e Suhwa possono vivere.
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