Esistenze in sospensione tra inferno e paradiso

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FILANO VERSO l’alto le funivie, scendono fendendo boschi e parcheggi. E’un mondo sospeso come quello di Simon, un dodicenne ladro d’alta montagna. Ogni giorno sale nella località alla moda celandosi il volto con il passamontagna e fa incetta di sci, occhiali, guanti, zainetti. Ruba in continuazione; nasconde la propria merce come un ricettatore o la espone a giorni fissi per venderla ai piccoli amici. Guadagna poco rispetto al rubato, giusto gli spiccioli per mantenere Louise, che è una splendida ragazza bionda con lo sguardo dolce e a volte imbronciato, una che passa da un amante all’altro, che non ha lavoro e vaga nel mondo cercando rifugio nell’alcool. I due sono fratelli, lei la <<sister>> di Simon, almeno questo è ciò che Ursula Meier ci fa credere per tutta la prima parte del suo ultimo film, nell’originale <<L’enfant de haut>> tradotto appunto in italiano con <<Sister>>. Sappiamo però che Meier è autore non banale, disposto allo stupore, al cambio repentino di ritmo, immagine. L’abbiamo già notata in quel piccolo gioiellino del 2008 che si chiama <<Home>>, una progressiva discesa in un incubo. E sappiamo anche che Ursula Meier ama prendere la famiglia, i rapporti all’interno del nucleo, come metafora di altro, per offrire uno sguardo privilegiato a ciò che si nasconde dietro la corteccia del mondo. In <<Home>> ciò che appariva leggero a poco a poco mutava, entrava nella morbosità. Per lenire il pugno in faccia allo spettatore l’autore francese- uomini e donne sono uguali al cinema, meno nella narrativa scritta- realizzava una sceneggiatura nella quale il contenitore, la casa,  restava isolata dal mondo attraverso l’improvvisa costruzione di un’autostrada che la tagliava di fatto dal cosiddetto vivere civile. In <<Sister>>, invece, lo spettatore dovrà attendersi meno allegoria e tanta ironia nella prima parte proprio per far credere di essere in presenza di una storia diversa da quella che poi in realtà sarà. Meier segue le imprese ladresche di Simon con tocco leggero, che porta al sorriso e alla partecipazione. Ma è chiaro che qualcosa non torna, che qualcosa è infatti sospeso. Non solo i paesaggi che ci vengono offerti: il mondo ovattato dei villeggianti alle prese con le loro rilassanti sciate e quello terreno che sta di sotto, in valle, nella casa popolare dove Simon e Louise risiedono, dove il dodicenne più che un fratello minore sembra essere il genitore della ragazza, colui che le insegna la vita, che ruba per passarle da vivere, che tenta di proteggerla. E’così solo in apparenza. Perché Meier fa di tutto per non affondare, per lasciare un non visto, un non detto tra i due. Come se volesse danzare prima di offrire il ribaltamento dell’ottica, l’ingresso in ciò che è e non in ciò che sembra. E allora tutto cambierà, tutto sarà detto e ogni casella andrà al proprio posto, anche quel continuo andirivieni tra la soglia del paradiso, il monte, e dell’inferno, la casa e la valle.

SONO i sentimenti ad essere sospesi, soprattutto quelli di Louise che è altra rispetto a quanto ci han fatto credere. Bulimia di ricerca d’amore, attraverso l’arte del furto da parte di Simon, anoressia e il lasciarsi andare senza meta né obiettivi da parte della ragazza. E’il lato oscuro del film che a poco a poco viene a galla; il soggetto si schiarisce come capelli con la camomilla,  diventa duro, attacca lo spettatore al muro, lo prende a cazzotti, lo lascia in apnea con un sottile gioco psicologico che Meier tiene sempre sul filo senza cedimenti. Fino alla conclusione dove l’incontro tra una cabina di funivia che discende e un’altra che sale alla conclusione della stagione invernale, quando tutti ormai se ne sono andati, ci lascia la sensazione di territorio riconquistato, di un paradiso possibile, di sentimenti finalmente pronti per essere vissuti alla luce del sole. Vincitore dell’ Orso d’Argento all’ultimo festival di Berlino-dove è stato battuto dall’opera dei fratelli Taviani senza apparente ragione, almeno per chi scrive- <<Sister>> è un film maturo e di grande fascino. Può ricordare certi lavori dei fratelli Dardenne, dei quali si avverte l’eco non tanto nel rapporto familiare tra Simon e Louise, quanto nella loro esistenza all’interno di una società comunque di frontiera proprio come il casermone popolare in cui la coppia risiede. Ma c’è anche, lo ripetiamo, il proseguimento di quell’indagine che Ursula Meier aveva iniziato con <<Home>> sui conflitti nascosti e segreti all’interno di un microcosmo. Il film procede spedito, senza mai un attimo di noia, ed è girato, rispetto al primo, con un gran senso documentaristico, dove spesso le immagini sono emblemi di questa sospensione tra i protagonisti- funivia, ski lift sono usati per rafforzare il non detto e per significare le perplesse disperazioni- mentre ci sono omaggi, forse non nuovi ma riusciti, all’estetica dell’<<on the road>> statunitense alla Gus Van Sant. 

IN QUESTO bellissimo lavoro una parte fondamentale l’hanno i due attori. Lèa Seydoux, diventata ormai l’attrice giovane francese di punta, oltre a essere di una bellezza fascinosa, sensuale e naturale, riesce a esprimente il personaggio di Louise cambiando registro, trasformandosi da <<ragazza interrotta>> a donna alle prese con la propria coscienza e i propri incubi, forse pronta per una nuova vita. Aveva avuto una piccola parte in <<Lourdes>> di Jessica Hausner, poi era stata una delle grazie di <<Inglorious Bastards>> di Quentin Tarantino per raggiungere la fama definitiva con <<Mission Impossible 4>> e soprattutto <<Midnight in Paris>>. In <<Sister>> ci fornisce la prova più completa della sua carriera. Ma gli spettatori tifano dalla prima all’ultima scena per Simon. Kacey Mottet Klein, figlio di Isabelle Huppert in <<Home>>, lascia a labbra aperte. Espressività, naturalezza, precisione, conoscenza dei limiti oltre i quali un dodicenne non diventa più credibile sono le sue armi. E’il motore del film, il primattore in tutto e per tutto. E’un altro merito da attribuire a Ursula Meier, molto attenta alla direzione degli attori. Bimbi, amanti di Louise, camerieri e la straniera Gillian Anderson- proprio lei,  Dana Scully di X- Files- sono uno spettacolo nello spettacolo di un film che non va perduto e che conferma il talento di un regista ancora molto giovane ma avviato verso una carriera per niente banale.

Il devastante Cristo laico di Steve McQueen

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PERSONE BATTONO RUMOROSE la loro protesta in un locale chiuso, forse un carcere. Stop. Un lavandino; acqua che scorre. Un uomo si lava le mani. Se le guarda. Sono piene di ferite recenti.Stop. L’uomo si abbottona la camicia, soddisfatto. Stop. Mani gli servono il breakfast. Stop.  Sottili briciole di corn flakes scivolano sul tovagliolo. Stop. La mano le accompagna verso il pavimento.Stop. Rivediamo l’uomo uscire di casa, aprirne il cancelletto, dare un’occhiata alla strada che discende verso un panorama di altre case e sale in lontananza verso colline verdastre. Si china, controlla la propria automobile mentre sua moglie dalla finestra lo osserva con apprensione. Per un altro giorno ancora le bombe lo hanno risparmiato. E’ già in questa scena iniziale che si nota tutta la grandezza di Steve McQueen nel film che nel 2008 gli permise di vincere la Camera d’Oro al festival di Cannes come opera prima. Perché l’autore per essere tale deve applicare una lezione non scritta: indicare chiaramente allo spettatore o al lettore dove ci troviamo. Fornirci indizi. O al contrario non offrircene alcuno, ingannarci. Mai stare nel mezzo del cammino. McQueen fa l’uno e l’altro: ci indica che siamo in territorio di guerriglia, di paura, terrore ma non ci dice da che parte sta quell’uomo mostrato. Sembrerebbe l’eroe di << Hunger>>, invece no, non è lui.  Lo capiamo appena attraversa gli spogliatoi del carcere nel quale lavora. E’un portachiavi che reca lo stemma dell’Union Jack quello che penzola dalla serratura dell’armadietto.L’uomo è il picchiatore del carcere; quelle ferite alle mani sono figlie della sua violenza, del suo mestiere. Quegli occhi che guardano assenti nel vuoto mentre lui fuma una sigaretta, nei momenti di libertà,  ci parlano di tensione,  di domande forse morali, di impotenza. Siamo a Long Kesh nel 1980. Nel carcere troviamo giovani che vivono in condizioni mostruose. Stanno protestando.  Rifiutano le divise carcerarie perché appartengono all’Ira, chiedono lo status di prigionieri politici. E non mollano. Entriamo a poco a poco con McQueen nella storia di quei lunghi e infelicissimi mesi, nella parabola umana di Bobby Sands, il ragazzo che da lì a poco diventerà il simbolo stesso della lotta di liberazione nordirlandese. Ne seguiremo l’improvvisa apparizione, la sua volontà di iniziare un mortale sciopero della fame che condurrà alla fine lui stesso alla morte assieme ad altri nove attivisti. Ma questa è la storia scritta dai libri. <<Hunger>> ce la ripropone in presa diretta, con l’orrore disegnato sullo schermo, la devastazione dei corpi, lo shock negli occhi dello spettatore.

QUATTRO anni prima di <<Shame>> Steve McQueen ci aveva quindi già offerto una prova <<provata>> del proprio talento. Ma l’ottusa categoria dei distributori italiani-quelli che troppo spesso sono impegnati con le loro tabelle  a fare i conti ideali degli incassi e a indirizzare il gusto del pubblico- ha dovuto attendere tutti questi mesi e il successo del regista inglese per proporlo in sala. Per chi ama il cinema e non le scemate che ci vengono propinate con sempre maggiore facilità e dabbenaggine questo sì che è devastante, non <<Hunger>>. Perché si tratta di un film durissimo nel quale McQueen sembra proporci un’autentica via crucis che molto ha da spartire con la sua più recente pellicola. Là, in <<Shame>>, il parossismo del sesso nasceva dal vuoto disperato delle metropoli ballardiane che contengono l’individuo conscio della propria condizione.  Qui il cammino verso la morte è coscienza piena, autolesionistica secondo la pragmatica, per affermare un’idea. Anche in << Hunger >> esiste come ne << Il primo uomo>> di Gianni Amelio, la figura del singolo che incede sulla storia attraverso sé stesso. Qui però la determina con extrema ratio, come scelta finale autoimposta. Bobby Sands per McQueen è un Cristo laico che ha perso la  fiducia non nella politica, ma in coloro i quali la rappresentano, gli inglesi con le loro promesse al vento e i nordirlandesi stessi con il loro bla bla che si trasformano in compromesso e fatale accettazione dello stato delle cose. Lasciarsi morire di fame per cambiare la storia. Questo è Sands.

E’UNA MANO d’autore che fa il film, piaccia o non piaccia. L’orrore, lo schifo, la nausea, il mostruoso della condizione umana sono i contenuti non gli ingredienti del film. Steve McQueen ce li serve in modo raffinato con quella sua cura maniacale per l’inquadratura delle piccole cose, dei particolari-  un iperealistico portacenere di carta pesta,  le sigarette fatte con pagine della bibbia, le ferite, le mutilazioni, le unghie annerite, la sporcizia, l’urina che cola dalle fessure delle porte, le piaghe lenite, l’anoressica decomposizione progressiva del corpo di Sands durante i sessantasei giorni dello sciopero della fame- , con il rumore assordante della violenza fisica e il silenzio complice fatto di sguardi e pochissime parole tra i detenuti. Non c’è compiacimento, non c’è la voglia di servire un grand guignol. Semmai di grand guignol morale si tratta. Con << Shame>> c’è un’altra correlazione:  McQueen adora seguire corpi nudi per mostrarci la loro anima, l’essenza finale. E’l'immagine che scrive il testo, quasi ci fosse nell’idea originaria del suo modo di fare cinema quella di conservare solo le parole che servono, lasciando alla camera che riprende il compito di suggerire nella nostra testa tutte quelle che non si odono, ma che si avvertono; pesanti come mattoni. E’un cinema tutto suo che per esteriorità ha colori e modi di ripresa che rammentano- l’ho già scritto a proposito di Shame ed è un mio trip istintivo- Rainer Werner Fassbinder, dove la violenza del mostrato assume il tono della dolcezza, della compassione, della compartecipazione, senza buoni, senza cattivi, ma con uomini al centro della loro tragica commedia.

L’EROE di questo magnifico film è ancora una volta Michael Fassbender, all’epoca attore di belle speranze e del tutto sconosciuto ai più. Un attore già fatto, completo. Lo vediamo nel pieno della sua vigoria, lo troviamo ridotto a uno scheletro in grado di parlare con i suoi occhi cerulei, di esprimere con quelli e con la fisicità perduta i motivi del suo gesto, di calarsi in toto nella parte di Bobby Sands. Proprio come un cristo perché è sulla crocifissione che verte l’unico dialogo autentico del film, quello in refettorio tra Fassbender e il prete che viene a trovarlo. I due si confrontano, non si trovano d’accordo in una lunghissima sequenza a camera fissa, posta in lontananza, discreta come sa essere l’orecchio di chi ascolta ma non vuole intervenire e medita assieme ai due personaggi. Nel colloquio lo spettatore conosce Bobby Sands  nel profondo, cerca di comprendere i motivi della sua scelta. Che li approvi o no non è importante. Come dirà Fassbender il rispetto si trova nel momento in cui decidi di agire, di fare la cosa che ritieni giusta nel momento, non curandoti di ciò che possono dire le convenzioni. E dalla sala non si vorrebbe mai uscire per questo modo di fare cinema così ipnotico che potrebbe anche apparire furbo ma che in realtà sta regalando all’Europa un regista e un attore come ne nascono, direbbero i vecchi, ogni vent’anni. Con buona pace dei distributori italiani, che un rischio non lo prendono mai  a meno di improvvise illuminazioni. Ma è merce rara. Questa volta è toccato alla Bim che sentitamente ringraziamo.

La bella lezione umana di Amelio e Camus

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<<LA FRANCIA E’BELLA MA NON CI SONO GLI ARABI>>:dice questo Catherine Sola al figlio Jacques Gamblin nel prefinale del <<Il primo uomo>>, una delle poche pellicole meritevoli di attenzione di questa iellatissima stagione che dall’inverno ci ha portato alla primavera senza donarci grande qualità nelle sale. E’una battuta semplice, secca, essenziale:come  è l’ultima opera di Gianni Amelio, un autore coerente con sé stesso e la sua poetica che sfruttando l’omonimo romanzo postumo di Albert Camus, è andato a comporre un altro pezzo importante di quell’affresco originale che è la sua produzione. Siamo in Algeria alla ricerca delle radici: lo scrittore Jean Cormery torna nei luoghi dell’infanzia e della adolescenza quando i prodromi della battaglia di Algeri stanno esplodendo in tutta la loro forza. Lo fa per spiegare agli studenti il proprio punto di vista sulla situazione. In realtà il suo è un viaggio a ritroso per scoprire il padre mai conosciuto, per ritrovare appunto l’essenza individuale che fatalmente gli fornirà le risposte che cercava. Potrebbe essere un viaggio interiore, intimo. Lo è nella forma del romanzo ma Amelio non se ne impadronisce. Lo lascia scorrere nella trama perché sa benissimo che il messaggio lasciatoci da Camus ha un qualcosa di molto più vasto, di universale. Ecco quindi che il confronto con il proprio passato si trasforma per il protagonista e Amelio nell’occasione ideale per rileggere la storia di una relazione, quella tra Francia e Algeria, che altro non è  che un incontro di popoli, di gente, di uomini, di ottiche; come è ben sottolineato in una battuta del film sono i romanzi a spiegarci il mondo, non i testi di storia delle aule scolastiche. E’ il singolo che racconta la propria esperienza rendendole pubblica, offrendo del passato la visione del vissuto reale. Senza questa precisazione è chiaro che l’intera impalcatura de <<Il primo uomo>> crollerebbe dopo un paio di immagini, perché si ridurrebbe solamente a un bel racconto, per giunta interpretato divinamente dai suoi attori. Invece non è così: questo film ha la valenza <<sociale>> che tanto piace a certe correnti di pensiero senza mai parlare del sociale stesso. Ma vivendolo. E’ la sua forza strepitosa, coinvolgente.

COSI’ l’atto d’amore non è per gli algerini o per i francesi ma per la fiducia nell’uomo. Affondando nel proprio passato, nella ricerca di un padre morto in guerra, lo scrittore Jean Cormery rivisita tutta la propria esistenza puntando il proprio occhio sulla convivenza tra gli uni e gli altri, tra i dominati e i dominanti, tra i << barbari per i quali a volte bisogna fare il tifo>> e i tanti francesi che nel 1848 decisero di partire per la nazione africana convinti di giungere nella terra promessa. Attraverso continui salti temporali tra il presente e il prima, Gianni Amelio ci introduce in un mondo dove il privato si trasforma in pubblico, dove la violenza della ribellione trova il proprio limite ultimo nel momento in cui va a intaccare la vita del singolo. Gli occhi di Cormery osservano, confrontano il prima e l’oggi, disegnano punti interrogativi; si socchiudono per accarezzare l’idea che esiste una terza via, una strada nuova per rendere armonico il mondo. Non una profezia di pace né di buonismo da spalmare sugli indumenti degli spettatori. Ma la scelta di indagare, di avventurarsi nella storia attraverso la consapevolezza di noi stessi e l’ascolto degli altri. E’il mondo nuovo sognato da Camus e che da sempre è il senso profondo del  cinema civilmente silenzioso e quindi più profondo di Gianni Amelio, autore  con <<Il primo uomo>> di un punto fermo della sua produzione. Fotografato in modo impeccabile, recitato con la stessa delicatezza con la quale è girato, <<Il primo uomo>> è un film da non perdere che ci regala un motivo in più per tornare a casa e immaginare che qualcosa possa cambiare.

Realismo delicato senza buonismo

simple-life.jpgA SIMPLE LIFE è una piccola gemma nella scarsa offerta di film interessanti di questo periodo che segue la consegna degli Oscar e precede le produzioni che verranno proiettate al festival di Cannes. Non è un film di facile digeribilità. Non per la trama, assai semplice e nemmeno per le soluzioni registiche proposte quanto per una dilatazione temporale che ne appesantisce la forza. Ma siamo in pieno cinema orientale, quello che si affida al realismo puro più che alla iperbole. Nulla che riporti alla dimensione onirica, nulla che vada oltre ciò che si vede. Questo per avvertire gli amanti di ciò che sta avvenendo nel sud est asiatico. Scordatevi Kim Ki Duck, Wong Kar Wai, i giapponesi alla Kitano -coloro che adoro-e preparatevi a una visione nuda dello stato delle cose. Con un merito particolare: l’assenza di buonismo e di volontà da parte della regista Ann Hui di essere ruffiana con gli spettatori. O prendere o lasciare. Non ci sono strade differenti. Se si accetta la concezione cinematografica dell’autore cinese- ma di fatto vissuto a Hong Kong-  A Simple Life non deluderà per mille motivi. Il primo è legato alla delicatezza della rappresentazione. Non era semplice descrivere senza allontanarsi dalla realtà, la decadenza  di una persona che dopo trent’anni di servizio in una famiglia viene colpita da infarto e decide di rifugiarsi in un ospizio per anziani. Né era facile riuscire a restare credibili nell’intrecciare lo splendido rapporto tra questa domestica fedele e uno dei ragazzi che ha provveduto a crescere in quella casa, diventato un ricco e affermato produttore cinematografico. Si correva il rischio di rifugiarsi nel buonismo ad ogni costo o nel voler mettere di fronte agli osservatori una storiellina di buoni sentimenti. Ma non è così: ciò che Hui vuole sottolineare nel proprio film è quel concetto elementare ma di difficile attuazione grazie al quale il bene richiama bene. La fedele domestica non verrà mai abbandonata dall’ormai non più giovane produttore e in lui troverà la conferma di non aver speso l’esistenza invano. Perché il legame tra i due va oltre la semplice relazione serva-padrone. Esiste in A Simple Life- riferita proprio alla vita trascorsa da Ah Tao, interpretata dalla vincitrice della Coppa Volpi veneziana Deanie Ip- il reciproco osservarsi di due solitudini. Quella della donna che ha votato sé stessa alla famiglia nella quale ha lavorato e quella del produttore, l’unico di casa a essere rimasto fedele a Hong Kong mentre tutti gli altri vivono negli Usa. Di fatto l’una ha bisogno dell’altro. Non per una richiesta pratica ma per scelta automatica da parte delle rispettive morali.

MA C’E’ dell’altro, non solo il legame che si trasforma di fatto in uno di sangue. La riconoscenza avviene da parte di tutti i membri della famiglia ed ognuno di loro, per quel che possono offrire, sarà protagonista nell’assicurare a Ah Tao il calore che le spetta. Perché non si tratta di strappare una persona alla povertà nel momento dell’invecchiamento o alla pura solitudine ma farla sentire parte integrante del nucleo nel quale è vissuta. Il tutto raccontato con nessun fronzolo, in modo molto essenziale, misurato. Il film è vincente soprattutto nel proporci le scene all’interno dell’ospizio nel quale Ah Tao decide di andare a vivere dopo il proprio attacco cardiaco. E’un ingresso devastante per lo spettatore. Non nuovo sia chiaro ma di indubbia presa perché ci pone di fronte al regno dei dimenticati, dei senza famiglia, degli abbandonati, dei piccoli trucchi, delle meschinità, dei piccoli egoismi di chi ormai si è dichiarato fuori dal mondo e attende la propria fine. La figura della domestica si trasforma anche nel simbolo stesso della condizione degli anziani in una città, Hong Kong, tornata nelle mani della Cina, orgogliosa della propria identità ancora indipendente e che guarda con sospetto a ciò che accade in quella parte del mondo. Poche, sapienti e ironiche battute sul cantonese e il mandarino, sugli interessi applicati dalle banche, sulle feste animate da spirito di artificiosa generosità umana ci mostrano una forma di neocapitalismo arrembante dai quali i protagonisti di A Simple Life paiono prendere le distanze. Come se il nucleo più nascosto del film assumesse appunto la storia di un legame in ogni caso familiare per ergerlo a metafora di ciò che nessuno dovrebbe mai permettersi di annullare: la ferma e ferrea fedeltà alle proprie radici morali nonostante un mondo che sta cambiando.

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La fine di un’epoca che ci rende muti

the-artist.jpegNON E’STATO per snobismo se ho visto <<The Artist>> quasi fuori tempo massimo, poco dopo lo splendido <<Hugo Cabret>> di Martin Scorsese, e pochi giorni prima della cerimonia degli Oscar relativi ai film prodotti e distribuiti nel 2011. Avvertivo che tra i due <<gioiellini>> che guarda caso lotteranno per fare incetta di statuette c’era un filo sottile e nemmeno troppo invisibile. Come se, ad insaputa sia di Scorsese sia dell’autore di <<The Artist>> Michel Hazanavicius, si fosse  verificato nella fase concettuale il fragore di un’idea comune: quella di parlare, sebbene in modo differente e con tecniche non assimilabili, di cosa è stato il cinema, di come recuperare la sua essenza stessa. Perché in definitiva sia l’uno sia l’altro trattano di un’epoca di passaggio: quella che dopo la seconda metà degli Anni’20 portò il cinema a vivere la sua prima grande rivoluzione tecnica, ovvero l’avvento del sonoro e la scomparsa, improvvisa, non prevista, non programmata e nemmeno dolce, degli eroi del muto. Scorsese lo ha fatto riprendendo la biografia romanzata sotto forma di favola di un grande autore dell’epoca, Georges Méliès, mentre Hazanavicius ha preferito focalizzarsi su un soggetto originale legato alla caduta rumorosa e devastante di un attore del muto. La genialità del primo, Scorsese,  ha quindi portato a una manifesta dichiarazione d’amore per il cinema attraverso l’uso del massimo che tecnologia dell’oggi può fornire, ovvero il tridimensionale, gettando basi concrete per una nuova fase della storia cinematografica. Hazanavicius, invece, si è spinto nella direzione opposta: ha usato la tecnologia dell’oggi per rifare da cima a fondo un film muto in tutto e per tutto,  con le musiche sempre differenti ad accompagnare le varie scene, con l’uso di stereotipi ai quali donare vita. Se << Hugo Cabret>> è un atto sentimentale, << The Artist>> è invece un film solo fintamente leggero. Perché ci parla di un fallimento, di un viale del tramonto. La sua essenza è drammatica e non capisco proprio le varie critiche che si sono focalizzate più sulla forma che sul contenuto. << The Artist>> non è un film da ridere, non è una replica aggiornata al contemporaneo dell’epoca del grandi comici e dei protagonisti della generazione del muto. Bensì è la storia di molti di questi, ridotti dall’oggi al domani sul lastrico, bloccati intellettualmente nel non voler accettare l’avvento del sonoro e il cambio di tecnica recitativa. Gente che ha visto l’esistenza sbriciolarsi all’improvviso alla soglia del 1929, guarda caso quando crollò la borsa di Wall Street e quando la Repubblica di Weimar in Germania implose spalancando le porte al nazismo, passate senza alcuna possibilità dal tutto al nulla economico e soprattutto morale. Vite e arte spezzate, non riconosciute dagli studios perché appartenenti al prima, considerate poco sfruttabili per il domani, insignificanti per il presente. Vedendo la magnifica interpretazione di Jean Dujardin nella parte del divo George Valentin non si può non rammentare il declino tragico di Harry Langdon o la discesa nell’alcolismo di Buster Keaton e come loro tanti altri che annegarono fama, ricchezza, capacità per orgoglio, come in <<The Artist>> o per non avere saputo annusare i refoli di un vento nuovo o semplicemente perché stritolati dal business che non ammette sentimentalismi e ricordi.

PER RACCONTARCI queste storie  Hazanavicius inquadra il suo <<The Artist>> proprio in quegli anni di passaggio. Lo fa assumendosi un rischio, girando un film muto. Dove il silenzio è la norma, dove tutto all’inizio è leggiadro più che leggero, soffice, sentimentale, divertente e poi, a poco a poco, sfocia in uno dei migliori<< viale del tramonto>> visti al cinema negli ultimi anni. Tutto diventa <<muto>> nella vita del grande attore George Valentin, chiaro riferimento a Rodolfo Valentino  anche se negli anni in cui l’azione si svolge l’attore era già scomparso. Silenzio laddove per gli altri c’è rumore. La sua vita si trasforma in un incubo, lo stesso che Hazanavicius ci mostra quando in sonno Valentin si accorge del suono che emettono gli oggetti e gli animali e del nulla che riesce a emettere la sua voce. Per tre quarti del film ,<<The Artist>>, analizza senza parole questo fallimento, la cappa che soffoca Valentin, che lo riduce al niente da avere e da dire e al semplice osservare un mondo che non lo riconosce e che lui non sa decifrare. Sarà l’amore del vento nuovo, di un’attrice nata comparsa nel muto e trasformata quasi casualmente in diva con il sonoro, a regalarci un sorriso finale, portando l’autore a una conclusione molto simile a quella di Scorsese in <<Hugo Cabret>>: a salvare, riabilitare la vita dell’attore sarà il cinema stesso, la sua magia, la sua capacità di  creare miracoli quando meno te l’aspetti, perché è il porto franco della mente e degli occhi dove tutto può accadere, soprattutto il bello. Perché è questo che dicono le favole ed è ciò che desiderano gli spettatori. Ma ciò non toglie che <<The Artist>> resti un film capace di farti entrare nell’incubo della decadenza, a meno che il mio parere sia quello di un inguaribile pessimista particolarmente sensibile alla tematica. Per questo è un film profondo, per nulla superficiale o da liquidare come semplice passatempo pomeridiano.

ESISTE poi un altro particolare curioso che si è verificato nella scorsa stagione cinematografica: molti autori si sono affidati alla <<favola>>. Ognuno seguendo la propria sensibilità. Scorsese e Hazanavicius focalizzandosi sugli eroi del muto, Woody Allen con <<Midnight in Paris>> proiettando il suo protagonista nella Parigi Anni’20, Aki  Kaurismaeki con <<Le Havre>> parlando del suo mondo di emarginati e risolvendo la disperazione con un finale salvifico, irreale e possibile solo al cinema. Credo che questo aggrapparsi alla forza dello schermo dove tutto il buono può accadere sia la profonda preoccupazione che ci riserva l’oggi. Siamo muti, senza parole, o arroccati a ciò che è stato. Guardando indietro i registi proclamano l’assoluta fedeltà all’arte che hanno scelto per esprimersi. Perché è questa che resta la loro intima sicurezza, è la forza che permette loro di accettare qualcosa che ancora non si riesce a comprendere ma che gli artisti avvertono, sentono sulla loro pelle. Non so quale tra <<Hugo Cabret>> e <<The Artist>> riceverà più Oscar. Il primo è un gioiello, il secondo è molto intelligente,  per gran parte delizioso,  ci parla anch’esso dell’oggi attraverso il prima, programmato per piacere, giocato moltissimo sulle performance del cast. Dujardin è uno spettacolo nello spettacolo; lo stesso dicasi per la bravissima Berenice Bejo, un’adeguata dolcissima <<anima bella>> racchiusa in un bel corpo nervoso e ,anche se in parti secondarie, è ottima la portata di John Goodman nel ruolo del produttore, di James Cromwell in quello dell’autista, mentre un cameo viene fatto da Malcom McDowell. Poi c’è il cane Uggy che ricorda tanto il jack russell della coppia William Powell-Mirna Loy nella serie <<L’uomo ombra>>. Di sicuro se di scommessa si trattava Michel Hazanavicius l’ha vinta. Con merito.

Il mondo di Scorsese attraverso gli occhi di Hugo

hugo-c.jpegPRIMA di recarsi ad assistere alla proiezione di <<Hugo Cabret>> sarebbe consigliabile leggere l’ottimo volume di Richard Schickel << Martin Scorsese, conversazioni su di me e tutto il resto>>, che Bompiani Overlook ha fatto uscire nel tardo autunno del 2011. Del film che probabilmente farà incetta di Oscar non c’è nulla ma c’è molto, se non tutto del proprio autore. E’per questo che lo consigliamo: in quella lunga intervista-confessione scritta in modo brioso senza inutili intellettualismi e quindi molto accessibile, il proiettile che viene esploso e va a colpire il lettore è soprattutto uno:l’amore per il cinema. Una dichiarazione che cammina sui binari dei ricordi di Scorsese, della realtà sociale nella quale è cresciuto e sui motivi per i quali i film fin da piccolo, anche se inconsciamente, erano l’essenza espressiva del bambino Marty. Scorsese immaginava storie, le visualizzava come se fossero autentici story board:<< Mi ricordo che disegnavo queste storie già quando ero a Corona e avevo cinque o sei anni. Era il mio cinema. E poi a Manhattan, negli anni Cinquanta, a otto o nove anni. Vedevo dei telefilm e poi cercavo di fare la mia versione a disegni. Poi li coloravo con gli acquarelli. Ne avevo un mucchio. Un giorno mio padre mi vide che ci giocavo e dovetti  nasconderli. Non capiva che cosa stessi facendo, e pensò che me ne stessi troppo per conto mio. A un certo punto penso che dovetti vergognarmi e li buttai via>>. Questi schizzi uscivano dalle matite del piccolo Marty nello stesso formato cinematografico dell’epoca , l’1,33. Vietato condividerli con alcuno. Nel libro Scorsese ricorda che l’unica persona che aveva accesso a questo segreto era un amico << che era molto tenero e un po’ l’intellettuale del gruppo>> aggiungendo che mostrandoli in sequenza l’amico lo apostrofava dicendogli che << qua non si muove niente>> e lui di rimando << Ti sbagli. Si muovono da un’immagine all’altra >>. E l’altro ancora:<<Ma i disegni restano fissi>> e Scorsese rispondeva:<< Perché devi badare a questi dettagli?>>. Questo lungo prologo per dire che in <<Hugo Cabret>> sotto la favola biografica-perché si parla della vita di Georges Miélès, il primo regista sperimentatore- tratta dal libro illustrato di Brian Selznick (che fa un piccolo cameo) c’è proprio Martin Scorsese e la sua dichiarazione d’amore per l’arte che lo ha reso famoso, ben poco ricco, ma ancora in grado di gridare al mondo intero che senza il cinema lui stesso non potrebbe vivere. Cinema come avventura dello spirito e dell’occhio, come fascinazione definitiva, come lungo viaggio alla scoperta in definitiva di ciò che siamo. E’ innegabile, come ha sottolineato qualcuno, che <<Hugo Cabret>> sia un film ruffiano, capace di pizzicare le corde di chiunque ma credo che questo ne mostri una qualità aggiuntiva. Scorsese parla di cinema facendolo, sperimentando un film ideato e creato nel miglior  3D fin qui visto, riproponendo scene che il suo doppio, ovvero l’esegeta Scorsese, continua a studiare, a restaurare: quelle del cinema di una volta, del cinema delle origini, per riappropriarsi della funzione primigenia del cinema che ancora doveva trasformarsi in settima arte. L’operazione è geniale: per parlarci di ciò che è stato quel mondo, l’autore si affida all’avanguardia tecnologica. Ne coglie l’essenza, ce la consegna. Pone un ponte tra un oggi che è già domani e il passato remoto, ci porta a viaggiare con gli occhi e l’anima. Ricordo una frase detta in un’intervista da un grande sceneggiatore e poi regista della scuderia di Steven Spielberg, John Milius :<<Voglio raccontare storie come fanno i vecchi ai bambini attorno al fuoco>>. Scorsese lo fa. Come se si fosse fermato un attimo per guardarsi alle spalle, a ciò che è stato, per capire meglio il proprio oggi.

In <<Hugo Cabret>> noi diventiamo all’improvviso bambini, la storia scorre e il fuoco è il tridimensionale che ci fa entrare direttamente nel film, a seguire trepidanti, commossi, divertiti, speranzosi l’odissea del piccolo orfano Hugo che vive  all’interno delle segrete della stazione di Montparnasse occupandosi di gestire gli orologi e soprattutto quel misterioso automa del quale si è perduta la chiave a forma di cuore che innescherebbe il suo meccanismo. Una figura metallica partorita da chi non si sa, metafora stessa di ciò che va oltre la realtà ma che essendo creata dall’umano nel tempo ha una propria funzione. Seguiremo le peripezie di Hugo, il suo incontro con il venditore di giocattoli, della sua figlia adottiva, fino alla scoperta della vera natura di quel signore in apparenza burbero ma in realtà disilluso, che racchiude un segreto: è stato uno dei più grandi registi di un’epoca già passata, è Georges Méliès. E’il tempo che scandisce il film, sono i giganteschi meccanismi che determinano sospensioni. Non siamo nel passato né nel futuro, siamo nella zona franca, quella del cinema che riporta unicamente a se stesso. Così l’eterno bambino Scorsese incatena lo spettatore, proiettandogli visioni antiche del bianco e nero delle origini e ricreandole attraverso il soggetto e la trama, come la memorabile scena di <<Safety Last>> con Harold Lloyd del 1923 che Hugo vivrà in prima persona verso il finale o la ricostruzione di vari film di Méliès stesso come <<Il viaggio sulla luna>>

Per alcuni il limite di <<Hugo Cabret>> è che sia un film programmatico, quasi a tesi. E’ vero la tesi di Scorsese è una carta scoperta: l’autore  sembra dirci <<amo il cinema oltre me stesso e questo è il mio omaggio all’arte che mi ha permesso di essere ciò che sono>>. Ma nessuno potrà mai contestarne l’intensità e a questo proposito ci soccorre, ancora una volta, il libro-intervista di Richard Schickel a pagina 452 :<< L’intensità per me, è sapere che vale la pena fare i film in un certo modo, e sapere che là fuori c’è qualcuno a cui tutto ciò può dire qualcosa>>. Ecco <<Hugo Cabret>> colpisce per la perfezione filmica e scenografica e per l’intensità del suo atto d’amore. Fortissima, epidermica, che non si limita a uno sterile esercizio esegetico o allo sciorinare l’enorme cultura cinematografica di Scorsese. E’un’iniezione il cui liquido scorre nelle vene di chi osserva e lo travolge in modo automatico, senza la presunzione di voler insegnare qualcosa, di salire in cattedra proponendo una semplice prova di stile. L’approccio è pragmatico, solido, per certi versi persino molto semplice e lineare come la favola <<veritiera>> dalla quale <<Hugo Cabret>> è tratto. Scorsese non si perde mai per strada, mantiene la concentrazione , ci riporta al mondo come lo sognavamo da bambini, dove tutto era possibile. A differenza di un altro regista che sarebbe stato capacissimo di trattare <<Hugo Cabret>>, Tim Burton, non effettua voli pindarici perché ha altra mano, altro stile, altra esperienza, altre ascendenze, altri modelli. E’ Scorsese che si riappropria dell’età dell’innocenza e ce la regala a modo suo attraverso le magistrali interpretazioni di due ragazzini destinati a diventare importanti. Hugo è Asa Butterfield, già protagonista di <<Il bambino con il pigiama a righe>>, Isabelle la bellissima Chloe Grace Moretz che a soli quattordici anni ha già attraversato molti generi da <<Amittyville Horror>> a <<Dirty Sexy Money>>. I due si confrontano con il sempre perfetto Ben Kingsley-Georges Méliès- e sua moglie Helen McCrory. Sacha Baron Cohen è l’ispettore di polizia, mentre piccole parti vanno a Jude Law e Christopher Lee. Cameo infine per Scorsese stesso e Johnny Depp, co-produttore del film e suonatore di chitarra nell’orchestra del bar della stazione.  Tutti impegnati in questo ritorno alle origini, quello che sta portando lo studioso Martin Scorsese a riscoprire, restaurare, studiare, come se il passato rappresenti la base di ciò che sarà il suo cinema del futuro. << Cercare di conservare quella storia e quei film che mi hanno comunque cambiato la vita, indipendentemente dal fatto che poi sono diventato regista. Che possano continuare a cambiare la vita di qualcuno, in futuro, lo trovo esaltante>>. In <<Hugo Cabret>> tutto questo c’è.

I sogni non abitano più qui

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ECCOLO di nuovo il <<vecchio>> Clint Eastwood sempre più giovane e bravo nello scrivere un’altra pagina importante della propria storia cinematografica e della nostra. John Edgar Hoover è stato fino all’avvento di Richard Nixon alla presidenza degli Usa l’eminenza grigia e l’uomo più potente del paese dei sogni. Un uomo contradditorio, così come contradditoria è stata la sua azione, condensata in un misto di nazionalismo ad oltranza, di metodi poco cristallini al servizio della Patria, un uomo che aveva compreso come combattere i nemici mettendosi allo stesso loro livello. Hoover come metafora del fallimento dell’American Dream, di un eroe dal <<cuore nero>>, mistificatore, geniale, nelle proprie manipolazione di fatti e eventi, anticipatore di metodi che poi sarebbero diventati patrimonio delle sezioni investigative di tutto il mondo; un uomo capace di intuire le potenzialità dei media e per questo creatore di propagande per nulla occulte spalmate sui mezzi allora in voga, dal cinema alla televisione, dai quotidiani ai fumetti. Uno spione mai spiato, l’opposto del personaggio di Gene Hackman in << La conversazione>> di Coppola. John Edgar Hoover, quindi, come simbolo dell’oligarchia del potere, l’uomo invisibile che sta dietro ai grandi e ai piccoli eventi, assetato della smania di controllare. Ma il <<J.Edgar>> di Eastwood è ben diverso da quello descritto per esempio con disprezzo da un grandissimo scrittore-forse ex- come James Ellroy che Hoover lo ha pennellato anche senza farne il protagonista principe in molti dei suoi romanzi migliori. No Eastwood ha il pregio di incamminarsi nell’analisi di un uomo che negli Usa resta un’icona, non importa se nel bene o nel male, assumendo in modo molto fermo e pacato il proprio ruolo: il terzo occhio della camera che segue l’inesorabile ascesa di una volta in più strepitoso Leonardo Di Caprio è quello del regista. Che in apparenza non giudica, non commenta, fa solo muovere le pedine sullo scacchiere di questo affresco senza cadere nel tranello  della sceneggiatura  preconcetta. Può essere un eroe negativo l’Hoover di Eastwood ma anche positivo. Dipende dai punti di vista. Di sicuro della cinematografia dell’autore americano, il suo <<J.Edgar>> mantiene una caratteristica: è un uomo solitario che lotta contro sé stesso. Per questo, crediamo, Eastwood ha utilizzato la <<presunta>> omosessualità di Hoover quasi come artifizio per parlare d’altro, per passare, senza la minima esitazione, dal privato al pubblico e ritorno. Ma tutto il resto del cinema del maestro qui viene riletto in modo sorprendente, che può anche non piacere o non entusiasmare come in altri lavori recenti ma che merita parecchie riflessioni.

<<J EDGAR>> infatti spezza una linea di pensiero; ne propone una nuova, molto disillusa. Come se si trattasse di un’accettazione.  Innanzitutto la lotta di Hoover contro il mondo è solo ed esclusivamente di potere. In genere, invece, i personaggi di Eastwood sono assetati di giustizia. Lottano per affermare un’ideale di equità. Il suo <<J.Edgar>> usa invece questo per imporsi e per imporre una propria ed esclusiva visione del mondo, manicheista, dove c’è bianco, il suo e c’è nero, degli altri. E’un uomo shakespeariano che il regista insegue nella propria ascesa, cercando persino di scavarne un ritratto psicologico che comunque mai scade alla stregua di una giustificazione. Isolato, vittima di un chiaro complesso d’Edipo con la madre, l’immarcescibile Julie Dench, rifiutato dall’unica donna che in gioventù lo interessava, Naomi Watts, che poi diventerà la sua segretaria personale e fedele compagna professionale di una vita, coinvolto dalla  passione omosessuale con il proprio assistente da lui promosso direttore associato dell’Fbi Clive Tolson, qui interpretato dal promettente Armie Hammer, l’Hoover eastwoodiano si pone nella storia degli Usa come autentico spartiacque tra un prima e un dopo. E’colui che fa finire i sogni, che li combatte, che è ossessionato dall’ordine a tutti i costi. Non è servo dello Stato, ne è il respiro meno udibile ma il più importante. Vede il marcio dappertutto, ne è ossessionato ma è un modo per allontanare  i propri incubi personali, per porre un velo tremendo sul non guardarsi dentro. Sarà solo nel finale di un film che può apparire sulle prime algido, quasi cronachistico nel proprio svolgimento, che ci sarà il redde rationem. Tolson, usato da Eastwood come voce della coscienza,  metterà di fronte Edgar alla finzione recitata tutta una vita, alle sue miserie umane. Così il corpo goffo e sfigurato di Hoover morto e nudo ci regala l’immagine della caducità, il vuoto che sta  dietro ad ogni ambizione e all’ansia di dominio.

EASTWOOD non si interroga in questo film su bene e male. Non guarda e non ci descrive le vittime di Hoover. Non è colpevolista, non è innocentista. Non vuole cadere nel tranello del film politico e di analisi storica. Ma dipinge un affresco molto più complesso di quanto potrebbe sembrare a prima vista sulla contraddizione dell’ansia di potere in nome di un bene comune. Pace, ordine, giustizia, equità muovono le labbra di Hoover ma trascendono in breve nei loro opposti. Se l’ossessione di Brandon in <<Shame>> di McQueen diventa il parossismo del sesso, quella di <<J.Edgar>> si trasforma in parossismo del potere per giustificare la propria personalità <<colma di mancanze>>. Il ricorso a un  trucco volutamente poco sofisticato per invecchiare gli attori, deformarne i volti e i corpi, ci mostra alla perfezione la dissoluzione che il regista vuole significare. Questa volta, a differenza di alcuni dei suoi ultimi film, Eastwood non regala speranze. Chi virtualmente farà fuori <<J.Edgar>>, Richard Nixon, sarà esattamente come lui se non peggio. Una bandiera a mezz’asta sventola sul sogno americano. Ma l’uomo Eastwood, in un finale struggente, dimostra di essere sempre lo stesso, consegnando alla storia la fine di un personaggio oscuro e allo spettatore la carezza di una melanconica pietà. Quella che si deve quando all’uomo non resta altro che il proprio essere stato.

Ipnotica atmosfera attorno alla compulsione

images.jpegSE A RECENSIRE <<Shame>> fosse stato Woody Allen l’avrebbe congedato con la  splendida battuta di <<Il dormiglione>> che sintetizzava la domanda sulla vita con un secco <<sesso e decesso>>. Ma in <<Shame>> di Steve McQueen non ci sono né ironia né sorriso, bensì cupezza e dramma individuale, quelli che vive dapprima senza assillo della colpa e poi via via in un crescendo di <<vergogna>> il protagonista Brandon,  l’eccellente Michael Fassbender che grazie a questa interpretazione si è portato a casa la Coppa Volpi nella scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia. <<Shame>>, come molti altri film della rassegna, tra i quali il vincitore <<Faust>>, si pone sul cammino complesso di chi cerca di riflettere sull’uomo contemporaneo. Ma a differenza del capolavoro di Sokurov, in <<Shame>> assistiamo a uno status quo della condizione individuale, in cui McQueen non ricerca l’origine, l’esegesi, i motivi, bensì la segue, accompagnando il proprio protagonista nel vuoto esistenziale della quotidianità. Di ciò che è stato prima Brandon, infatti, lo spettatore non sa e non saprà nulla. Chi resta attaccato allo schermo per l’intera durata di uno tra i  film maggiormente <<ipnotici>> del 2011 ne conosce soltanto il presente: un oggi proiettato in un domani sempre uguale e identico a sé stesso, fatto di una carriera di successo, di incontri con gli amici, di sbrigative copule con donne occasionali o escort da ingaggiare, di viaggi virtuali nei siti porno, di chattate erotiche con la <<desnuda>>  preferita, di masturbazione ogni qual volta ne prova voglia. Potrebbe essere uno stupido questo Brandon, al quale madre natura ha donato bellezza, fascino, successo, soldi. Invece non lo è. Potrebbe essere anche una versione attuale di Don Giovanni come potrebbe essere un seduttore seriale, un narciso. Invece non è nemmeno questo. E’un uomo solo che trova come unico esercizio meritevole di attuazione il sesso in quanto tale. Il suo <<godere>> è il voyeurismo del terzo occhio, di un uomo incosciamente disperato che vive a trecentosessanta gradi la sessualità che lo bombarda ripetendola nel reale probabilmente per sentirsi a livello psicologico protagonista delle stesse immagini che osserva. Uno stanco incedere esistenziale che non viene scalfito da alcuna commistione sentimentale. Perché Brandon non è uomo <<che non sapeva amare>>. Non ama, non prova, non sente e di questo ne ha piena coscienza, senza vergogna. E’ un prigioniero in territorio all’apparenza libero. E come i prigionieri ripete fino al parossismo gli stessi gesti, le stesse azioni.  Ma sarà l’incontro con la sorella, il suo alter ego, a porgli il dubbio, a metterlo di fronte alla propria condizione, a far scattare quella cognizione improvvisa di ciò che è e quindi della vergogna stessa. L’occupazione dello spazio fisico e mentale che è la propria casa, il ritrovarsi di fronte un’altra persona che al contrario di lui vive di ricerca di sentimenti, lo porterà a discendere ancora di più nell’abisso nella speranza, solo apparente e appena accennata nel finale, di essere uscito dal tunnel, di presentarsi al mondo diverso da come era prima. Ma non sappiamo se davvero ci riuscirà, McQueen non ci dice nulla a proposito. Anche prima della parola fine si limita al presente. Forse Brandon che non gioca più con gli sguardi delle donne incontrate sul metrò è cambiato, ma è  probabile che resterà ciò che era il giorno prima. Vivendo la sua condizione esistenziale in modo drammatico, con la consapevolezza di essere su una circonferenza che porta sempre allo stesso punto.

<<SHAME>> in mani sbagliate avrebbe potuto trasformarsi in un film pieno di pruderie, di morbosità.  Se non è così è per merito dell’inglese Steve McQueen che attorno al soggetto gira una pellicola di fascino e di atmosfera rare, Bach in sottofondo, nudità e amplessi trattati come se possedesse un pennello, nessuna concessione alla volgarità, un continuo cambio dei colori, delle luci, delle situazioni, la finezza della figura e interpretativa di Fassbender, destinato a diventare un sicuro punto di riferimento tra gli attori della generazione dei trentenni. In <<Shame>> c’è una ricerca stilistica senza pari che affonda le proprie radici in importanti rimandi scenici, molto Fassbinder- non è un gioco di parole- soprattutto quello di <<Un anno con tredici lune>> e altri ancora. Alcune situazioni valgono da sole il prezzo del biglietto, come lo splendido inizio in cui Michael Fassbener prima del titolo del film giace immobile e nudo, immerso in un lenzuolo verde, come un Cristo, o la lunghissima sequenza della metro quando il protagonista e una passeggera si corteggiano attraverso accenni del volto e piccoli movimenti degli arti. Non esiste in <<Shame>> nulla di sbagliato a livello stilistico. Per gli esteti del cinema è una gioia.  Il <<jogging>> notturno per le strade di New York di Brandon diventa quasi una via crucis nella quale appaiono le <<stanze>> della civiltà, del singolo che sfila tra i simboli del contemporaneo di una città contenitore di solitudini destinate a non incontrarsi. <<New York New York>> cantata da Carey Mulligan -Sissy nonché attrice basilare per la riuscita del film e di una bravura tale da rivaleggiare con lo stesso Fassbender -  è un’altra scena che passerà alla storia, roba da far saltare all’attrice inglese i provini per i prossimi vent’anni, perché una parte per lei ci sarà sempre.

NELL’ESISTENZA di Brandon esiste solo un rapporto stabile: con Sissy, la sorella. E’il suo alter ego, abbiamo scritto. Un’altra persona che sulla solitudine ha basato il proprio modo di esistere ma  che al contrario del fratello maggiore subisce questo stato e cerca di infrangerlo con la vitalità che l’ha spinta in passato e la spingerà a morire e rinascere, a riprendere daccapo, a cercare il proprio annullamento attraverso il suicidio, scelta estrema da eroina romantica che comunque prova, sente, nella sua ubriacatura di ricerca esistenziale che la porta al rapporto odio-amore con la vita stessa. Di fronte a lei Brandon prova l’unico sentimento del quale è capace. Forse un trasporto fisico e incestuoso, di sicuro uno stato di malessere mentale che lei gli procura, perché non sconta nulla e soprattutto lo accetta per quello che è, cercando di migliorarlo, di scacciare gli incubi che lo attanagliano. Brandon, l’uomo in fuga da sé stesso, ne ha coscienza e proprio per questo fa di tutto per isolarla, per tenerla lontana. Quando Sissy canta <<New York New York>> assistiamo al primo cedere di Brandon:  piange perché vede una donna che è arrivata da lui per ricominciare, che crede in un sogno e non si accorge della gabbia nella quale è entrata. Visione priva di alcuna speranza, disillusa all’ennesima potenza, <<Shame>> è un film durissimo. Ci mette davanti ai labirinti individuali, confrontando la rassegnazione- Brandon- con la voglia di lottare, Sissy. Eppure solo la superficie, sembra indicare McQueen, muterà. Non il fondamento, non quella prigione nella quale l’individuo contemporaneo si è calato e dove nemmeno gli occhi ammiccanti  di una ragazza hanno più senso né valore. Non servono.

L’integrazione trattata col sorriso

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Le seconde e terze generazioni turche che vivono in Germania proseguono la riscoperta delle radici proponendo ogni anno film interessanti, a volte anche ironici e divertenti. E’il caso dell’ultimo arrivato << Almanya, la mia famiglia va in Germania>> della regista Yasemin Samdereli, tedesca-turca, che in questi giorni sta ottenendo un buon successo di critica e di pubblico. Sia chiaro: non siamo in presenza di un capolavoro o di una tappa storica per  questa cinematografia che la riflessione sull’afflusso migratorio turco in Germania l’ha già sviluppata ampiamente con opere importanti come lo splendido e non dimenticabile << Ai confini del paradiso>> di Fatih Akin. Eppure Samdereli dà vita a un film piacevolissimo , scorrevole, allo stesso tempo profondo pur nella sua sceneggiatura elementare e priva di fronzoli. Si sorride più che ridere per buona parte della durata di << Amanya, la mia famiglia va in Germania>>- nell’originale << Willkommen in Deutschland>>- e si riflette sul significato dell’integrazione, su quel sentimento che all’improvviso porta a chiedersi quale è la nostra terra, se quella che ci ha adottati e nella quale non ci sentiamo stranieri o quella originaria dei genitori e dei nonni che conosciamo per sentito dire o che ricordiamo per averci trascorso spiccioli di adolescenza. E’ nel continuo aggirarsi lungo il punto interrogativo che il film di Samdereli si sviluppa e cresce senza mai cedere alla tentazione drammatica. E’ <<Ai confini del paradiso>> al contrario. In << Almanya>> più che affrontare la crisi profonda e intellettuale  di un individuo che scopre all’improvviso la Turchia nella propria essenza- del resto già presente nel precedente film di Akin <<La sposa turca>>- si spiegano il come, quando e perché i turchi sono andati verso la Germania per lavoro, trovando a poco a poco la piena integrazione sociale ma riuscendo a mantenere, almeno per la primissima generazione, le solide tradizioni culturali. Non stranieri in patria, o gente senza patria, ma persone che riescono ad armonizzare il rapporto tra mondi differenti. E se nella figura dell’anziano nonno resta il coriaceo desiderio di tenere ben saldo il cordone ombelicale con la nazione di nascita e di crescita, negli altri, i suoi figli e i nipoti, la Turchia e in specie l’Anatolia- guarda caso la regione che dà il titolo a uno dei migliori film del 2010 <<Once upon time in Anatolia>> della <<mia>> icona Nuri Bilge Ceylan- rappresentano qualcosa di presente ma di fatto sconosciuto. Sarà un viaggio improvviso a fare scoprire le radici, a riacquisirle senza però tradire allo stesso tempo l’appartenenza alla nazione nella quale le giovani generazioni sono nate e cresciute, ovvero la Germania.

PER riuscire nell’intento la regista Yasemin Samdereli si affida- lo abbiamo già accennato- a una sceneggiatura elementare: attraverso un racconto che la giovane nipote fa al proprio cuginetto di come i nonni e i genitori dalla Turchia sono giunti in Germania. Ma all’interno di questo inserisce l’ironia, il gusto della battuta, la caratterizzazione dei singoli personaggi, il mondo visto dagli occhi di un bambino in un continuo andirivieni tra presente e passato, con qualche strizzatina d’occhio allo scontato ma proposto con qualità. Il contenuto più riuscito è legato a un’ironia deliziosa capace di portare lo spettatore a riflettere e a leggere senza alcuna difficoltà il film nella propria interezza. <<Almanya, la mia famiglia va in Germania>> non è una commedia generazionale, semmai mette a confronto differenti generazioni le quali a poco a poco si ritrovano coese, le une tornando in vacanza nel paese d’origine, le altre scoprendolo e attraverso lo stratagemma scenico della morte del capofamiglia, facendolo proprio innestandone lo spirito nella nazione, la Germania, nella quale sono nati. E’una visione priva di dubbi e per questo lontanissima dalle tematiche di Fatih Akin con i suoi personaggi devastati dal dubbio e di sicuro ben più complessi. Ben interpretato e ben girato -molto belli soprattutto gli esterni e l’allegorica scena della casa acquistata del nonno, in realtà solo un muro esterno oltre il quale vanno messe le fondamenta- <<Almanya, la mia famiglia va in Germania>> è rilassante e scorre che è un piacere senza attimi di noia. La trentottenne Samdereli, protagonista al festival di Berlino del 2011, ci sa fare. Non sarà Akin ma il suo mestiere lo interpreta bene danzando sui problemi. E arriva dove vuole. Il che per un film quasi d’esordio è già un bel biglietto di presentazione.

Il mondo a misura di Kaurismaeki

le-havre.jpeg<<LE HAVRE>>, nell’inutile titolazione italiana <<Miracolo a Le Havre>>, è stato uno dei migliori film dell’ultima edizione del festival di Cannes. Se non ci fossero stati il sorprendente <<The tree of life>> e il suo regista Terrence Malick, sarebbe stato un degno vincitore della Palma d’Oro. Avrebbe meritato il riconoscimento per la cura deliziosa che Aki Kaurismaeki ha posto in ogni particolare, per una sceneggiatura che dal favolistico sfocia nello scoppiettante e nel commovente, per l’uso sapiente dei colori, dell’ambientazione e per la tradizionale scelta perfetta di tutto il cast, nel quale in un ruolo di contorno trova posto l’icona della nouvelle vague Jean Pierre Leaud. C’è in questa opera morale dell’autore finlandese una sorta di consuntivo di tutta la sua cinematografia precedente con un cambio non tanto di passo quanto di visione che Kaurismaeki applica. Questa volta l’osservazione surreale del  piccolo esercito di diseredati e pezzenti che compongono le sue storie, sfocia in una visione del mondo ancora più ficcante, precisa, dolcissima e allo stesso tempo amara di quanto sia accaduto ne <<L’uomo senza passato>> o << Le luci della sera>>, le ultime due opere prodotte negli anni passati.

E’INUTILE parlare della trama di <<Miracolo a Le Havre>> : è una favola splendida e dolce dove un lustrascarpe, forse un artista fallito, aiuta un giovane clandestino gabonese a celarsi alla polizia e grazie all’aiuto di tutto il piccolo nucleo del sobborgo portuale nel quale vive lo farà fuggire finalmente verso la meta finale, Londra, dove risiede la madre. In questo sottile scheletro di soggetto s’innesta l’improvvisa malattia della moglie del lustrascarpe Marcel Marx, Arietty, che alla fine, per un miracolo vero e proprio, si salverà. Non c’è in questo film un casella fuori posto. Tutto è perfetto e lo spettatore lo sa. Perché Kaurismaeki non inganna chi osserva: il suo disegno è chiarissimo fin dall’inizio e se si segue trepidanti le mosse della sua umanità <<terza>> al mondo ma facente parte di esso è grazie alla capacità dell’autore di condurci per mano con battute sapienti, colpi di scena. Sorrisi e lacrime sono assicurati e dalla sala si esce soddisfatti, con la voglia di applaudire perché chiunque fa il tifo per i Kaurismaeki Boys . E’una favola, si sussurra, è irreale ciò che vediamo sullo schermo, certe cose possono avvenire solo nei film. Ed è questo il segnale che il regista invia: la domanda, ben poco ilare, che ognuno poco dopo si pone: perché non è così il mondo, perché non sono così gli uomini? Allora si comprende meglio dove Kaurismaeki vuole parare attraverso il proprio cinema. Ci disegna un universo possibile attraverso la sua ideologia. <<Le Havre>> quindi si trasforma nel mondo ideale del regista stesso. Per arrivarci i suoi disperati con ottimismo, individui che attraverso il non possesso si sentono realizzati, superano diffidenze e antipatie: si uniscono per il bene di un terzo che si trasforma in un bene comune. L’aver aiutato il giovane clandestino causa il miracolo della guarigione della moglie di Marcel come atto conclusivo ma prima di esso la solidarietà coinvolge l’ispettore di polizia, riunifica  una coppia - fiorista lei, vecchio rocker lui- in crisi, sconfiggendo i delatori dicendo a chiare lettere che tutto ciò che vediamo potrebbe realizzarsi se l’uomo sfruttasse il bene piuttosto che il male che si porta dentro. E’chiaro che Kaurismaeki  non sia  pazzo e che conosca a perfezione uomo e società: ci parla dell’irrealizzabile nel suo film ma indica comunque una strada. Mescola il gusto amaro della cioccolata fondente con lo zucchero e smuove le coscienze, recuperando il concetto classico della favola intesa come apologo morale.

IL FILM è splendido, forse il migliore del regista finlandese. I colori pastello sono quelli dominanti. Pitturano il degrado suburbano, la miseria delle bettole, lo rendono luminoso come i suoi eroi mentre la città che si può mostrare, quella dei negozi, dei monumenti, è come se fosse avvolta da un sottile strato di grigio. E’ un’indicazione di dove si annida la vita vera. Ogni personaggio porta sulle spalle il peso dello stereotipo, una semplificazione per far comprendere subito la propria statura morale. Marcel Marx, guarda caso il nome di Marcel Carné e il cognome di Karl Marx, interpretato da André Wilms, è l’uomo senza passato apparente. Lustrascarpe di professione che porta i quindici euri di guadagno quotidiani alla moglie e li custodisce in una scatoletta da nascondere in un cassetto. E’ stato uno scrittore, forse, comunque un emarginato felice, quasi volontario. Della propria esistenza ha fatto un’arte, trovando l’amore assoluto in Arletty- altro rimando al cinema francese del passato-, Kati Outinen. L’ispettore di polizia, il buono dallo sguardo allucinato, è Jean Pierre Darrousin : parla come in un fumetto, incarna movenze, abbigliamento, sostanza degli eroi <<noir>>. Poliziotto sì ma contro il sistema, ribelle a favore della giustizia e contro la politica o ciò che vogliono i capi per fare carriera e dire che si è risolto un caso. E’un magnifico rivoluzionario alla Kaurismaeki che viaggia con una vetusta Renault. Assieme a loro un gruppo di caratteristi uno migliore dell’altro, con la chicca del rocker Little Bob - chiaramente fallito e in disarmo- interpretato da  Roberto Piazza, un volto che farebbe la felicità di David Lynch. Anche i mezzi meccanici fanno la loro parte in <<Le Havre>>: tutti degli Anni’70, dalla Peugeot 505 del tassista, a un anziano pullman Savien rosso e metallizzato - con relativa magica inquadratura alla Edward Hopper- come se quell’epoca, per il regista, fosse quella alla quale tornare per potere ripartire o per ricordarci che da allora il mondo è cambiato ed ogni speranza è stata tradita. L’unica salvezza è affidarsi all’ideale, al mondo a misura di Kaurismaeki, alle sue favole morali, alla forza del cinema che travolgendo la realtà può modificarla a proprio piacimento.