I sogni non abitano più qui

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ECCOLO di nuovo il <<vecchio>> Clint Eastwood sempre più giovane e bravo nello scrivere un’altra pagina importante della propria storia cinematografica e della nostra. John Edgar Hoover è stato fino all’avvento di Richard Nixon alla presidenza degli Usa l’eminenza grigia e l’uomo più potente del paese dei sogni. Un uomo contradditorio, così come contradditoria è stata la sua azione, condensata in un misto di nazionalismo ad oltranza, di metodi poco cristallini al servizio della Patria, un uomo che aveva compreso come combattere i nemici mettendosi allo stesso loro livello. Hoover come metafora del fallimento dell’American Dream, di un eroe dal <<cuore nero>>, mistificatore, geniale, nelle proprie manipolazione di fatti e eventi, anticipatore di metodi che poi sarebbero diventati patrimonio delle sezioni investigative di tutto il mondo; un uomo capace di intuire le potenzialità dei media e per questo creatore di propagande per nulla occulte spalmate sui mezzi allora in voga, dal cinema alla televisione, dai quotidiani ai fumetti. Uno spione mai spiato, l’opposto del personaggio di Gene Hackman in << La conversazione>> di Coppola. John Edgar Hoover, quindi, come simbolo dell’oligarchia del potere, l’uomo invisibile che sta dietro ai grandi e ai piccoli eventi, assetato della smania di controllare. Ma il <<J.Edgar>> di Eastwood è ben diverso da quello descritto per esempio con disprezzo da un grandissimo scrittore-forse ex- come James Ellroy che Hoover lo ha pennellato anche senza farne il protagonista principe in molti dei suoi romanzi migliori. No Eastwood ha il pregio di incamminarsi nell’analisi di un uomo che negli Usa resta un’icona, non importa se nel bene o nel male, assumendo in modo molto fermo e pacato il proprio ruolo: il terzo occhio della camera che segue l’inesorabile ascesa di una volta in più strepitoso Leonardo Di Caprio è quello del regista. Che in apparenza non giudica, non commenta, fa solo muovere le pedine sullo scacchiere di questo affresco senza cadere nel tranello  della sceneggiatura  preconcetta. Può essere un eroe negativo l’Hoover di Eastwood ma anche positivo. Dipende dai punti di vista. Di sicuro della cinematografia dell’autore americano, il suo <<J.Edgar>> mantiene una caratteristica: è un uomo solitario che lotta contro sé stesso. Per questo, crediamo, Eastwood ha utilizzato la <<presunta>> omosessualità di Hoover quasi come artifizio per parlare d’altro, per passare, senza la minima esitazione, dal privato al pubblico e ritorno. Ma tutto il resto del cinema del maestro qui viene riletto in modo sorprendente, che può anche non piacere o non entusiasmare come in altri lavori recenti ma che merita parecchie riflessioni.

<<J EDGAR>> infatti spezza una linea di pensiero; ne propone una nuova, molto disillusa. Come se si trattasse di un’accettazione.  Innanzitutto la lotta di Hoover contro il mondo è solo ed esclusivamente di potere. In genere, invece, i personaggi di Eastwood sono assetati di giustizia. Lottano per affermare un’ideale di equità. Il suo <<J.Edgar>> usa invece questo per imporsi e per imporre una propria ed esclusiva visione del mondo, manicheista, dove c’è bianco, il suo e c’è nero, degli altri. E’un uomo shakespeariano che il regista insegue nella propria ascesa, cercando persino di scavarne un ritratto psicologico che comunque mai scade alla stregua di una giustificazione. Isolato, vittima di un chiaro complesso d’Edipo con la madre, l’immarcescibile Julie Dench, rifiutato dall’unica donna che in gioventù lo interessava, Naomi Watts, che poi diventerà la sua segretaria personale e fedele compagna professionale di una vita, coinvolto dalla  passione omosessuale con il proprio assistente da lui promosso direttore associato dell’Fbi Clive Tolson, qui interpretato dal promettente Armie Hammer, l’Hoover eastwoodiano si pone nella storia degli Usa come autentico spartiacque tra un prima e un dopo. E’colui che fa finire i sogni, che li combatte, che è ossessionato dall’ordine a tutti i costi. Non è servo dello Stato, ne è il respiro meno udibile ma il più importante. Vede il marcio dappertutto, ne è ossessionato ma è un modo per allontanare  i propri incubi personali, per porre un velo tremendo sul non guardarsi dentro. Sarà solo nel finale di un film che può apparire sulle prime algido, quasi cronachistico nel proprio svolgimento, che ci sarà il redde rationem. Tolson, usato da Eastwood come voce della coscienza,  metterà di fronte Edgar alla finzione recitata tutta una vita, alle sue miserie umane. Così il corpo goffo e sfigurato di Hoover morto e nudo ci regala l’immagine della caducità, il vuoto che sta  dietro ad ogni ambizione e all’ansia di dominio.

EASTWOOD non si interroga in questo film su bene e male. Non guarda e non ci descrive le vittime di Hoover. Non è colpevolista, non è innocentista. Non vuole cadere nel tranello del film politico e di analisi storica. Ma dipinge un affresco molto più complesso di quanto potrebbe sembrare a prima vista sulla contraddizione dell’ansia di potere in nome di un bene comune. Pace, ordine, giustizia, equità muovono le labbra di Hoover ma trascendono in breve nei loro opposti. Se l’ossessione di Brandon in <<Shame>> di McQueen diventa il parossismo del sesso, quella di <<J.Edgar>> si trasforma in parossismo del potere per giustificare la propria personalità <<colma di mancanze>>. Il ricorso a un  trucco volutamente poco sofisticato per invecchiare gli attori, deformarne i volti e i corpi, ci mostra alla perfezione la dissoluzione che il regista vuole significare. Questa volta, a differenza di alcuni dei suoi ultimi film, Eastwood non regala speranze. Chi virtualmente farà fuori <<J.Edgar>>, Richard Nixon, sarà esattamente come lui se non peggio. Una bandiera a mezz’asta sventola sul sogno americano. Ma l’uomo Eastwood, in un finale struggente, dimostra di essere sempre lo stesso, consegnando alla storia la fine di un personaggio oscuro e allo spettatore la carezza di una melanconica pietà. Quella che si deve quando all’uomo non resta altro che il proprio essere stato.

Ipnotica atmosfera attorno alla compulsione

images.jpegSE A RECENSIRE <<Shame>> fosse stato Woody Allen l’avrebbe congedato con la  splendida battuta di <<Il dormiglione>> che sintetizzava la domanda sulla vita con un secco <<sesso e decesso>>. Ma in <<Shame>> di Steve McQueen non ci sono né ironia né sorriso, bensì cupezza e dramma individuale, quelli che vive dapprima senza assillo della colpa e poi via via in un crescendo di <<vergogna>> il protagonista Brandon,  l’eccellente Michael Fassbender che grazie a questa interpretazione si è portato a casa la Coppa Volpi nella scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia. <<Shame>>, come molti altri film della rassegna, tra i quali il vincitore <<Faust>>, si pone sul cammino complesso di chi cerca di riflettere sull’uomo contemporaneo. Ma a differenza del capolavoro di Sokurov, in <<Shame>> assistiamo a uno status quo della condizione individuale, in cui McQueen non ricerca l’origine, l’esegesi, i motivi, bensì la segue, accompagnando il proprio protagonista nel vuoto esistenziale della quotidianità. Di ciò che è stato prima Brandon, infatti, lo spettatore non sa e non saprà nulla. Chi resta attaccato allo schermo per l’intera durata di uno tra i  film maggiormente <<ipnotici>> del 2011 ne conosce soltanto il presente: un oggi proiettato in un domani sempre uguale e identico a sé stesso, fatto di una carriera di successo, di incontri con gli amici, di sbrigative copule con donne occasionali o escort da ingaggiare, di viaggi virtuali nei siti porno, di chattate erotiche con la <<desnuda>>  preferita, di masturbazione ogni qual volta ne prova voglia. Potrebbe essere uno stupido questo Brandon, al quale madre natura ha donato bellezza, fascino, successo, soldi. Invece non lo è. Potrebbe essere anche una versione attuale di Don Giovanni come potrebbe essere un seduttore seriale, un narciso. Invece non è nemmeno questo. E’un uomo solo che trova come unico esercizio meritevole di attuazione il sesso in quanto tale. Il suo <<godere>> è il voyeurismo del terzo occhio, di un uomo incosciamente disperato che vive a trecentosessanta gradi la sessualità che lo bombarda ripetendola nel reale probabilmente per sentirsi a livello psicologico protagonista delle stesse immagini che osserva. Uno stanco incedere esistenziale che non viene scalfito da alcuna commistione sentimentale. Perché Brandon non è uomo <<che non sapeva amare>>. Non ama, non prova, non sente e di questo ne ha piena coscienza, senza vergogna. E’ un prigioniero in territorio all’apparenza libero. E come i prigionieri ripete fino al parossismo gli stessi gesti, le stesse azioni.  Ma sarà l’incontro con la sorella, il suo alter ego, a porgli il dubbio, a metterlo di fronte alla propria condizione, a far scattare quella cognizione improvvisa di ciò che è e quindi della vergogna stessa. L’occupazione dello spazio fisico e mentale che è la propria casa, il ritrovarsi di fronte un’altra persona che al contrario di lui vive di ricerca di sentimenti, lo porterà a discendere ancora di più nell’abisso nella speranza, solo apparente e appena accennata nel finale, di essere uscito dal tunnel, di presentarsi al mondo diverso da come era prima. Ma non sappiamo se davvero ci riuscirà, McQueen non ci dice nulla a proposito. Anche prima della parola fine si limita al presente. Forse Brandon che non gioca più con gli sguardi delle donne incontrate sul metrò è cambiato, ma è  probabile che resterà ciò che era il giorno prima. Vivendo la sua condizione esistenziale in modo drammatico, con la consapevolezza di essere su una circonferenza che porta sempre allo stesso punto.

<<SHAME>> in mani sbagliate avrebbe potuto trasformarsi in un film pieno di pruderie, di morbosità.  Se non è così è per merito dell’inglese Steve McQueen che attorno al soggetto gira una pellicola di fascino e di atmosfera rare, Bach in sottofondo, nudità e amplessi trattati come se possedesse un pennello, nessuna concessione alla volgarità, un continuo cambio dei colori, delle luci, delle situazioni, la finezza della figura e interpretativa di Fassbender, destinato a diventare un sicuro punto di riferimento tra gli attori della generazione dei trentenni. In <<Shame>> c’è una ricerca stilistica senza pari che affonda le proprie radici in importanti rimandi scenici, molto Fassbinder- non è un gioco di parole- soprattutto quello di <<Un anno con tredici lune>> e altri ancora. Alcune situazioni valgono da sole il prezzo del biglietto, come lo splendido inizio in cui Michael Fassbener prima del titolo del film giace immobile e nudo, immerso in un lenzuolo verde, come un Cristo, o la lunghissima sequenza della metro quando il protagonista e una passeggera si corteggiano attraverso accenni del volto e piccoli movimenti degli arti. Non esiste in <<Shame>> nulla di sbagliato a livello stilistico. Per gli esteti del cinema è una gioia.  Il <<jogging>> notturno per le strade di New York di Brandon diventa quasi una via crucis nella quale appaiono le <<stanze>> della civiltà, del singolo che sfila tra i simboli del contemporaneo di una città contenitore di solitudini destinate a non incontrarsi. <<New York New York>> cantata da Carey Mulligan -Sissy nonché attrice basilare per la riuscita del film e di una bravura tale da rivaleggiare con lo stesso Fassbender -  è un’altra scena che passerà alla storia, roba da far saltare all’attrice inglese i provini per i prossimi vent’anni, perché una parte per lei ci sarà sempre.

NELL’ESISTENZA di Brandon esiste solo un rapporto stabile: con Sissy, la sorella. E’il suo alter ego, abbiamo scritto. Un’altra persona che sulla solitudine ha basato il proprio modo di esistere ma  che al contrario del fratello maggiore subisce questo stato e cerca di infrangerlo con la vitalità che l’ha spinta in passato e la spingerà a morire e rinascere, a riprendere daccapo, a cercare il proprio annullamento attraverso il suicidio, scelta estrema da eroina romantica che comunque prova, sente, nella sua ubriacatura di ricerca esistenziale che la porta al rapporto odio-amore con la vita stessa. Di fronte a lei Brandon prova l’unico sentimento del quale è capace. Forse un trasporto fisico e incestuoso, di sicuro uno stato di malessere mentale che lei gli procura, perché non sconta nulla e soprattutto lo accetta per quello che è, cercando di migliorarlo, di scacciare gli incubi che lo attanagliano. Brandon, l’uomo in fuga da sé stesso, ne ha coscienza e proprio per questo fa di tutto per isolarla, per tenerla lontana. Quando Sissy canta <<New York New York>> assistiamo al primo cedere di Brandon:  piange perché vede una donna che è arrivata da lui per ricominciare, che crede in un sogno e non si accorge della gabbia nella quale è entrata. Visione priva di alcuna speranza, disillusa all’ennesima potenza, <<Shame>> è un film durissimo. Ci mette davanti ai labirinti individuali, confrontando la rassegnazione- Brandon- con la voglia di lottare, Sissy. Eppure solo la superficie, sembra indicare McQueen, muterà. Non il fondamento, non quella prigione nella quale l’individuo contemporaneo si è calato e dove nemmeno gli occhi ammiccanti  di una ragazza hanno più senso né valore. Non servono.

L’integrazione trattata col sorriso

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Le seconde e terze generazioni turche che vivono in Germania proseguono la riscoperta delle radici proponendo ogni anno film interessanti, a volte anche ironici e divertenti. E’il caso dell’ultimo arrivato << Almanya, la mia famiglia va in Germania>> della regista Yasemin Samdereli, tedesca-turca, che in questi giorni sta ottenendo un buon successo di critica e di pubblico. Sia chiaro: non siamo in presenza di un capolavoro o di una tappa storica per  questa cinematografia che la riflessione sull’afflusso migratorio turco in Germania l’ha già sviluppata ampiamente con opere importanti come lo splendido e non dimenticabile << Ai confini del paradiso>> di Fatih Akin. Eppure Samdereli dà vita a un film piacevolissimo , scorrevole, allo stesso tempo profondo pur nella sua sceneggiatura elementare e priva di fronzoli. Si sorride più che ridere per buona parte della durata di << Amanya, la mia famiglia va in Germania>>- nell’originale << Willkommen in Deutschland>>- e si riflette sul significato dell’integrazione, su quel sentimento che all’improvviso porta a chiedersi quale è la nostra terra, se quella che ci ha adottati e nella quale non ci sentiamo stranieri o quella originaria dei genitori e dei nonni che conosciamo per sentito dire o che ricordiamo per averci trascorso spiccioli di adolescenza. E’ nel continuo aggirarsi lungo il punto interrogativo che il film di Samdereli si sviluppa e cresce senza mai cedere alla tentazione drammatica. E’ <<Ai confini del paradiso>> al contrario. In << Almanya>> più che affrontare la crisi profonda e intellettuale  di un individuo che scopre all’improvviso la Turchia nella propria essenza- del resto già presente nel precedente film di Akin <<La sposa turca>>- si spiegano il come, quando e perché i turchi sono andati verso la Germania per lavoro, trovando a poco a poco la piena integrazione sociale ma riuscendo a mantenere, almeno per la primissima generazione, le solide tradizioni culturali. Non stranieri in patria, o gente senza patria, ma persone che riescono ad armonizzare il rapporto tra mondi differenti. E se nella figura dell’anziano nonno resta il coriaceo desiderio di tenere ben saldo il cordone ombelicale con la nazione di nascita e di crescita, negli altri, i suoi figli e i nipoti, la Turchia e in specie l’Anatolia- guarda caso la regione che dà il titolo a uno dei migliori film del 2010 <<Once upon time in Anatolia>> della <<mia>> icona Nuri Bilge Ceylan- rappresentano qualcosa di presente ma di fatto sconosciuto. Sarà un viaggio improvviso a fare scoprire le radici, a riacquisirle senza però tradire allo stesso tempo l’appartenenza alla nazione nella quale le giovani generazioni sono nate e cresciute, ovvero la Germania.

PER riuscire nell’intento la regista Yasemin Samdereli si affida- lo abbiamo già accennato- a una sceneggiatura elementare: attraverso un racconto che la giovane nipote fa al proprio cuginetto di come i nonni e i genitori dalla Turchia sono giunti in Germania. Ma all’interno di questo inserisce l’ironia, il gusto della battuta, la caratterizzazione dei singoli personaggi, il mondo visto dagli occhi di un bambino in un continuo andirivieni tra presente e passato, con qualche strizzatina d’occhio allo scontato ma proposto con qualità. Il contenuto più riuscito è legato a un’ironia deliziosa capace di portare lo spettatore a riflettere e a leggere senza alcuna difficoltà il film nella propria interezza. <<Almanya, la mia famiglia va in Germania>> non è una commedia generazionale, semmai mette a confronto differenti generazioni le quali a poco a poco si ritrovano coese, le une tornando in vacanza nel paese d’origine, le altre scoprendolo e attraverso lo stratagemma scenico della morte del capofamiglia, facendolo proprio innestandone lo spirito nella nazione, la Germania, nella quale sono nati. E’una visione priva di dubbi e per questo lontanissima dalle tematiche di Fatih Akin con i suoi personaggi devastati dal dubbio e di sicuro ben più complessi. Ben interpretato e ben girato -molto belli soprattutto gli esterni e l’allegorica scena della casa acquistata del nonno, in realtà solo un muro esterno oltre il quale vanno messe le fondamenta- <<Almanya, la mia famiglia va in Germania>> è rilassante e scorre che è un piacere senza attimi di noia. La trentottenne Samdereli, protagonista al festival di Berlino del 2011, ci sa fare. Non sarà Akin ma il suo mestiere lo interpreta bene danzando sui problemi. E arriva dove vuole. Il che per un film quasi d’esordio è già un bel biglietto di presentazione.

Il mondo a misura di Kaurismaeki

le-havre.jpeg<<LE HAVRE>>, nell’inutile titolazione italiana <<Miracolo a Le Havre>>, è stato uno dei migliori film dell’ultima edizione del festival di Cannes. Se non ci fossero stati il sorprendente <<The tree of life>> e il suo regista Terrence Malick, sarebbe stato un degno vincitore della Palma d’Oro. Avrebbe meritato il riconoscimento per la cura deliziosa che Aki Kaurismaeki ha posto in ogni particolare, per una sceneggiatura che dal favolistico sfocia nello scoppiettante e nel commovente, per l’uso sapiente dei colori, dell’ambientazione e per la tradizionale scelta perfetta di tutto il cast, nel quale in un ruolo di contorno trova posto l’icona della nouvelle vague Jean Pierre Leaud. C’è in questa opera morale dell’autore finlandese una sorta di consuntivo di tutta la sua cinematografia precedente con un cambio non tanto di passo quanto di visione che Kaurismaeki applica. Questa volta l’osservazione surreale del  piccolo esercito di diseredati e pezzenti che compongono le sue storie, sfocia in una visione del mondo ancora più ficcante, precisa, dolcissima e allo stesso tempo amara di quanto sia accaduto ne <<L’uomo senza passato>> o << Le luci della sera>>, le ultime due opere prodotte negli anni passati.

E’INUTILE parlare della trama di <<Miracolo a Le Havre>> : è una favola splendida e dolce dove un lustrascarpe, forse un artista fallito, aiuta un giovane clandestino gabonese a celarsi alla polizia e grazie all’aiuto di tutto il piccolo nucleo del sobborgo portuale nel quale vive lo farà fuggire finalmente verso la meta finale, Londra, dove risiede la madre. In questo sottile scheletro di soggetto s’innesta l’improvvisa malattia della moglie del lustrascarpe Marcel Marx, Arietty, che alla fine, per un miracolo vero e proprio, si salverà. Non c’è in questo film un casella fuori posto. Tutto è perfetto e lo spettatore lo sa. Perché Kaurismaeki non inganna chi osserva: il suo disegno è chiarissimo fin dall’inizio e se si segue trepidanti le mosse della sua umanità <<terza>> al mondo ma facente parte di esso è grazie alla capacità dell’autore di condurci per mano con battute sapienti, colpi di scena. Sorrisi e lacrime sono assicurati e dalla sala si esce soddisfatti, con la voglia di applaudire perché chiunque fa il tifo per i Kaurismaeki Boys . E’una favola, si sussurra, è irreale ciò che vediamo sullo schermo, certe cose possono avvenire solo nei film. Ed è questo il segnale che il regista invia: la domanda, ben poco ilare, che ognuno poco dopo si pone: perché non è così il mondo, perché non sono così gli uomini? Allora si comprende meglio dove Kaurismaeki vuole parare attraverso il proprio cinema. Ci disegna un universo possibile attraverso la sua ideologia. <<Le Havre>> quindi si trasforma nel mondo ideale del regista stesso. Per arrivarci i suoi disperati con ottimismo, individui che attraverso il non possesso si sentono realizzati, superano diffidenze e antipatie: si uniscono per il bene di un terzo che si trasforma in un bene comune. L’aver aiutato il giovane clandestino causa il miracolo della guarigione della moglie di Marcel come atto conclusivo ma prima di esso la solidarietà coinvolge l’ispettore di polizia, riunifica  una coppia - fiorista lei, vecchio rocker lui- in crisi, sconfiggendo i delatori dicendo a chiare lettere che tutto ciò che vediamo potrebbe realizzarsi se l’uomo sfruttasse il bene piuttosto che il male che si porta dentro. E’chiaro che Kaurismaeki  non sia  pazzo e che conosca a perfezione uomo e società: ci parla dell’irrealizzabile nel suo film ma indica comunque una strada. Mescola il gusto amaro della cioccolata fondente con lo zucchero e smuove le coscienze, recuperando il concetto classico della favola intesa come apologo morale.

IL FILM è splendido, forse il migliore del regista finlandese. I colori pastello sono quelli dominanti. Pitturano il degrado suburbano, la miseria delle bettole, lo rendono luminoso come i suoi eroi mentre la città che si può mostrare, quella dei negozi, dei monumenti, è come se fosse avvolta da un sottile strato di grigio. E’ un’indicazione di dove si annida la vita vera. Ogni personaggio porta sulle spalle il peso dello stereotipo, una semplificazione per far comprendere subito la propria statura morale. Marcel Marx, guarda caso il nome di Marcel Carné e il cognome di Karl Marx, interpretato da André Wilms, è l’uomo senza passato apparente. Lustrascarpe di professione che porta i quindici euri di guadagno quotidiani alla moglie e li custodisce in una scatoletta da nascondere in un cassetto. E’ stato uno scrittore, forse, comunque un emarginato felice, quasi volontario. Della propria esistenza ha fatto un’arte, trovando l’amore assoluto in Arletty- altro rimando al cinema francese del passato-, Kati Outinen. L’ispettore di polizia, il buono dallo sguardo allucinato, è Jean Pierre Darrousin : parla come in un fumetto, incarna movenze, abbigliamento, sostanza degli eroi <<noir>>. Poliziotto sì ma contro il sistema, ribelle a favore della giustizia e contro la politica o ciò che vogliono i capi per fare carriera e dire che si è risolto un caso. E’un magnifico rivoluzionario alla Kaurismaeki che viaggia con una vetusta Renault. Assieme a loro un gruppo di caratteristi uno migliore dell’altro, con la chicca del rocker Little Bob - chiaramente fallito e in disarmo- interpretato da  Roberto Piazza, un volto che farebbe la felicità di David Lynch. Anche i mezzi meccanici fanno la loro parte in <<Le Havre>>: tutti degli Anni’70, dalla Peugeot 505 del tassista, a un anziano pullman Savien rosso e metallizzato - con relativa magica inquadratura alla Edward Hopper- come se quell’epoca, per il regista, fosse quella alla quale tornare per potere ripartire o per ricordarci che da allora il mondo è cambiato ed ogni speranza è stata tradita. L’unica salvezza è affidarsi all’ideale, al mondo a misura di Kaurismaeki, alle sue favole morali, alla forza del cinema che travolgendo la realtà può modificarla a proprio piacimento.

Faust:l’ingordigia del nulla e il dramma dell’uomo

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images-41.jpegCHI E’ il dottor Faust di Aleksandr Sokurov? Lo stesso narrato da Goethe e Thomas Mann oppure è esso stesso terzo ai suoi ispiratori o addirittura un volto che scorre nella medaglia e continua a mutarla? Sono le domande che credo ogni spettatore si possa porre quando esce dal film che ha trionfato alla Mostra del Cinema di Venezia 2011 e che conclude la serie tetralogica che nel corso degli anni aveva portato il regista russo a creare in sequenza <<Moloch>>, <<Taurus>>, e <<Il sole>>, ognuno di questi incentrati sulle figure di Hitler, Lenin e Hirohito.  Con <<Faust>>, Sokurov chiude idealmente il suo grande affresco sul potere con un’opera di fortissimo impatto visivo, ricercatissima nelle immagini, nelle luci, nella messa in scena ma altrettanto nel copione e nei testi. Questo non è cinema usuale, è lontanissimo dagli stilemi dell’oggi, è quello che potrebbe essere confinato nel girone dell’arte nuda e cruda, pura, sublime e allo stesso tempo di difficile digestione, perché impone attenzione al particolare, alla riflessione. Lo spettatore è quindi chiamato a esercitare il proprio mestiere, il che in definitiva è ciò che si domanda ogni qual volta si entra in sala e si voglia non assistere alle varie banalità omologate che spesso il convento cinematografico-ma non solo penso a molti libri- passa e spaccia per qualcosa di speciale. <<Faust>> invece è speciale in tutto, dalla prima all’ultima scena. Meglio esserne investiti e iniettati e giungerci freschi, vivaci, pimpanti per non rischiare di annegarci e di restarne soffocati. E’un piccolo consiglio.

COSI’ facendo non sfuggirà a nessuno la portata contemporanea dell’allegoria di Sokurov che prende i testi di Goethe e Mann rispettandoli nella loro esteriorità, ma attualizzandoli nei contenuti, ribaltandoli in ossequio appunto a quella riflessione sull’ uomo e la bramosia del potere che era partita da Moloch. E’per questo che la scena non si incentra tanto sul patto che legherà Faust a Mefistofele, qui Maurizio-Moneylander, o dell’innamoramento tra Faust e Margherita. Fanno solo parte della storia che Sokurov vuole raccontarci, ma potrebbero benissimo non esistere all’interno del soggetto perché l’essenza del film gira attorno al mondo di oggi e all’uomo alle prese con esso. Ecco quindi che fin dall’inizio tutto ciò che circonda Faust, un immenso Johannes Zeiler, è devoluzione, dissoluzione, odore e colore di morte. Un mondo che Sokurov ci annuncia guardandolo dall’alto nella prima scena, dove fa capolino uno specchio ondeggiante tra nubi e sereno e poi una lenta planata verso il pianeta popolato dagli umani. E’il momento più sereno del film, l’unica scena conciliante. Dopo di che tutto avrà il sapore della decomposizione, della perdita progressiva di qualsiasi ideale, della ricerca esclusiva dei bisogni primari. Il Faust di Sokurov non è un superuomo. E’un individuo post umano al quale le domande fondamentali e metafisiche che si pone sono forse scuse  superate dalla realtà che lo circonda e che le nega. Ed è in questa continua lotta per la sopravvivenza, dove cibo, denaro e carne intesa come fabbisogno anche sessuale, che Faust incontra Mefistofele alias Mauricius. E’la  lucidità del <<diavolo>>, il  cinismo di chi ha esperienza del prima a condurlo via via sulla strada del soddisfacimento, dell’ingordigia. Ma a differenza dei protagonisti della trilogia precedente, Faust non è mosso da alcun ideale <<alto>>. Ha perso il senso morale così come non ha morale ciò che lo contiene, l’ambiente in cui vive. Sono i colori sbiaditi, quasi mai luminescenti, fiamminghi che volutamente Sokurov usa per contrastare  lo spazio temporale nel quale il film è inserito, l’800, che ci indicano dove l’umanità, attraverso il suo <<non eroe contemporaneo>> Faust, è arrivata. L’ingordigia del tutto contenitore di nulla, porterà Faust e Mauricius nella terra di nessuno che non ha risposte. E Faust andrà verso il proprio oltre, ubriaco non di vita e nemmeno di sete di conoscenza, solo perché l’unica certezza che riesce a trovare è nel senso del fare in quanto fare, senza possibilità di ricerca del divino. Bulimia del bisogno primordiale. Questo è l’uomo secondo Sokurov. Il finto grido <<oltre>> del finale tra i geyser e i ghiacci islandesi, in un paesaggio lunare( alla Tarkovsky con una spruzzata di Porcile di Pasolini) dove all’improvviso il regista russo modifica luci e riprese, non lascia illusioni. Faust resterà anima errante, come noi, e pur sbarazzandosi del proprio alter ego andrà incontro alla sua sete di ingordigia, al suo nulla immenso.

OPERA complessa, <<Faust>> vive anche di molte sfaccettature, di discorsi che vanno ad inserirsi all’improvviso nella storia che potrebbero essere illuminati dalla propria luce. A un  certo punto spunta dalle mani dell’assistente di Faust una misteriosa creatura, nata in laboratorio. Solo su di essa, sul suo significato- è vita artificiale creata inseguendo l’ideale dell’anima o della materia o ciò che l’uomo fa nascere è destinato alla non vita fin dall’inizio?-ci sarebbe da scrivere un trattato. <<Faust>> di Aleksandr Sokurov  è anche  gioia per gli occhi. Persino ciò che potrebbe disturbare: lo sventramento di un corpo nel corso di una rudimentale autopsia, è reso con quel gusto pittorico raffinato che fa di ogni scena una quadro sul quale posare lo sguardo, coglierne i particolari. I contrasti dei corpi sono resi con una poesia mai artificiale che all’apparenza non sembra nemmeno costruita, del tutto naturale. Da antologia credo resterà la lunga scena del bagno dove Faust incontra per la prima volta Margherita e dove Mefistofele-Maurizio apparirà nella propria mostruosa e indecente nudità aliena, muovendosi sgraziato laddove la grazia scorre a piene mani.  Già l’altro protagonista. Maurizio o Mefistofele o Moneylander, come nell’originale, Anton Adasinsky: è grandioso, perfetto, disgustoso ed arguto. E’lui che detta i tempi, è lui che si fa beffa e che sa già come finirà la storia. Perché è un uomo senza tempo, conosce il prima, il durante e il dopo. Muove i fili di Faust-Zeiler e solo fisicamente sembrerà soccombere in un mondo dove anche noi, secondo Sokurov, siamo destinati a vagare costruendoci paraventi di nullità e insanziabili finti ideali.


E’iraniano il << grande>> film

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COSA C’E’ di meglio di uno splendido film da assaporare nei primi week end autunnali? Se fosse sempre il caso di <<Una separazione>> potrei dire nulla. Perché nell’opera che ha vinto <<L’Orso d’Oro>> al festival di di Berlino c’è concentrata tutta la potenza del cinema, la sapienza della costruzione di una storia, la perizia di un regista-autore che conosce i tempi e li scandisce con maestria, mettendo da parte il birignao, le perdite di tempo, l’autocompiacimento, i toni o troppo farseschi o troppo drammatici. Asghar Farhadi sa come scrivere un film e sa come dirigerlo. Il fatto che sia iraniano non deve spaventare chi entra in sala. Non si è presenza di un’opera regionalistica a livello culturale e comunicativo. Lo spettatore deve solo sapere che <<Una separazione>> è un gioiello. E’iraniano in quanto è ambientato a Teheran e si avvale di attori iraniani. E’iraniano perché prende di mira vizi e virtù del regime teocratico ma allo stesso tempo gli usi e i costumi degli iraniani stessi, lontanissimi dagli stereotipi sui quali si basa l’immagine distorta che proviene dai media occidentali, vicinissimi nelle problematiche, nelle contraddizioni a quello che in definitiva è l’uomo inteso come genere. C’è in <<Una separazione>> un meccanismo narrativo ad incastro che non solo è oliato alla perfezione ma non ha cedimento alcuno. Così da una piccola vicenda del tutto privata, all’apparenza anonima, Farhadi riesce a disegnare un affresco di varia umanità da restare nella memoria.

<<UNA SEPARAZIONE>> possiede l’ironia di Moliere, l’assurdo di Beckett, gli equivoci di Feydeau, il pathos di Durematt, la sagacia di Shakespeare. Sarebbe una splendida piéce teatrale contemporanea, reggerebbe anche senza esterni sul palcoscenico. Ma qui siamo al cinema, calati nei mille volti di Teheran, di fronte a un giudice che ci guarda in soggettiva e ascolta due che stanno per separarsi. Borghesi: insegnante lei che vuole andare all’estero, bancario lui che non le consente di portarsi appresso la figlia. Poi tornano a casa, mentre due facchini trasportano un pianoforte sulle scale e chiedono una paga straordinaria perché il secondo piano in realtà è un terzo. Nessuno aveva detto loro che c’erano scale anche nel piano terra. Nella casa della coppia troviamo la figlia undicenne che osserva in silenzio madre e padre, una nuova domestica e l’anziano genitore di lui con l’Alzheimer. La moglie se ne va:invece che all’aeroporto si trasferisce da sua madre, la domestica viene assunta anche per accudire il padre malato e soprattutto lavarlo e quindi vederlo nudo, previo consenso dei guardiani della rivoluzione komeinista al telefono. E’un crescendo di ironia iniziale che a poco a poco sfocia nella più classica delle situazioni kafkiane: la domestica che è incinta, viene sbattuta dal provvisoriamente separato fuori dalla porta con troppa foga. Cade dalle scale e perderà il bimbo che ha in grembo. Da qui scatta la seconda fase di <<Una separazione>>: la lunga querelle legale su come riparare a quel danno, all’omicidio del feto. Tra gli equivoci, i sensi di colpa, la fede in un dio che è solo di facciata e forse di obbligo, si sfiorerà il dramma e soprattutto ognuno dei protagonisti del film rivelerà le proprie bassezze con una serie di bugie, di mezze ammissioni, di finte verità in un gran guignol delle coscienze che ci condurrà in un finale enigmatico, fortissimo, da applausi a scena aperta.

NON E’UN MONDO di eroi quello che Farhadi ci propone. Non è nemmeno un mondo di deboli. E’un mondo di umani che cercano di vivere puntando dritto al proprio tornaconto individuale pur essendo lacerati essi stessi dal dubbio e, appunto, dal senso di colpa. Sono otto i protagonisti della vicenda. Due coppie, due figlie, una suocera, un’insegnante, un padre malato, smemorato, silenzioso che guarda nel vuoto con un’ottica ben differente da quella delle due bimbe, una ragazzina, l’altra più piccola, che seguendo il comportamento dei <<grandi>> celeranno ciò che realmente è accaduto. E’ una perdita dell’innocenza globale quella che ci propone <<Una separazione>>, un film amarissimo nella propria essenza ma del tutto divertente per la ragione e per la pelle. Nessuno vince, nessuno perde. Farhadi  ci parla dell’ Iran e ritroviamo noi stessi. Sorridendo sotto i baffi prende di mira l’assurdo di una nazione riuscendo a mostrare cosa è l’individuo alle prese con l’imprevisto spicciolo che si trasforma in dramma. Bugia e finzione trionfano in <<Una separazione>>. Alla fine l’unica realtà concreta sarà un pianto per nulla liberatorio e gli sguardi attoniti nella stessa aula di tribunale dalla quale il film viveva il proprio incipit. Mai pesante, sempre profondo, ci spiega più <<Una separazione>> in due ore e tre minuti dell’Iran di quanto facciano i media internazionali, tagliando a fette qualsiasi ideale, creando una tragedia di ridicoli umani dove la percezione della realtà si trasforma in un punto interrogativo, dove la faciloneria impera così come gli stati di necessità. Diciamolo a caratteri cubitali: un grande, grandissimo film.

Il vero psicanalista è Cronenberg

a-dangerous-method.jpegLA PSICANALISI è un <<Dangerous Method>>, un camminare sull’orlo dell’abisso individuale per coloro che la praticano. Non tragga in inganno l’impianto tradizionale dell’ultimo film di David Cronenberg : è solo artifizio scenico come la scelta di prendere per base la storia dell’insolito e notorio menage a trois che coinvolse Carl Gustav Jung, Sigmund Freud e Sabina Spielerein a partire dal 1904. Nella realtà siamo in presenza di un puro film alla Cronenberg dove il grande regista canadese-pardon autore, forse il più costante tra tutti i coevi- prosegue la ricerca sul doppio insito in ognuno di noi, sugli specchi, sull’analisi dei comportamenti individuali quando lo scienziato è costretto a occuparsi della natura umana. Un abisso appunto sul quale camminano inconsapevolmente all’inizio Jung e Freud e nel quale precipitano a poco a poco, travolti dagli impulsi che essi stessi spiegano e cercano di curare ma che si trasformano in pulsioni più forti della pragmatica, della scienza e del suo approccio. << A Dangerous Method>> è film molto umano poco consolatorio. <<Cerebrale>>come solo la produzione di Cronenberg sa essere, dove la perversione autentica non è la passione che lega Jung a Spielerein ma la consapevolezza che ognuno dei due inventori, maestro Freud e discepolo Jung, nulla potranno opporre alla loro discesa nel campo delle emozioni forti e disintegranti, annullanti.

SEMBRA di riascoltare le parole di Lou Castel nella scena finale di <<Attenzione alla puttana santa>> di Rainer Werner Fassbinder quando recita la frase tratta dal Tonio Kroeger di Thomas Mann:<<..sono sfinito di stanchezza a furia di rappresentare l’umano senza partecipare all’umano>>. Nel racconto di Mann e nel film di Fassbinder la riflessione era sull’artista. In << A Dangerous Method>> è sullo psicanalista in quanto uomo-scienziato  che analizza l’umano malessere mentale e comportamentale,  sotto le diverse ottiche, la basica di Freud e quella più allargata e debitrice di influssi esterni di Jung. Ebbene l’ingresso di Sabina Spielerein , essa stessa malata, metterà a nudo il senso di impotenza. Si analizzano i sintomi, si curano, ma nessuno può curare o controllare la forza del sentimento di chi a sua volta è chiamato a guarire gli altri. E’un fallimento quello del quale ci parla David Cronenberg, ma necessario e non risolvibile, non rimediabile. 

LA GRANDEZZA del regista è nel sapere manipolare la storia stessa del rapporto tra Jung e Freud mettendo sulle labbra dei due frasi certificate dai testi negli stessi luoghi e nella stessa epoca ma con un significato differente. Emblematica la scena in cui i due sbarcano a New York. Jung osserva con stupore la nuova frontiera, il mondo nuovo. <<Eccoci davanti al futuro>> dice e Freud gli risponde:<<Non sanno che gli stiamo portando la peste>>. Tutto vero, è storia. Ma è chiaro che la <<peste>> freudiana firmata Cronenberg è riferita a ciò che accadrà in futuro, al nostro oggi, alla città dove l’esistenza è scandita dalla visita quotidiana al proprio psicanalista e dalla non risoluzione di alcun problema. Perché sempre di uomini si tratta e il doppio di noi stessi, nonostante gli sforzi, non può mai opporsi all’altro. Resteranno in equilibrio imperfetto come la silenziosa accettazione di questo stato da parte di Jung nel finale del film o come l’andirivieni di lettere tra Freud e il più giovane collega che rendono anche molto <<letterario>> un film che è consigliabile vedere in edizione originale, senza doppiaggio, con la voce nuda e cruda degli splendidi attori a condurci in questo viaggio  dove non si perde mai un attimo di attenzione, dove nulla è banale e lasciato al caso, dove cinema può essere scritto con la C maiuscola, dove una storia che avrebbe potuto trasformarsi in un romanzetto d’appendice o in una sconclusionata riflessione si trasforma in pura gioia, in un film godibile, a suo modo divertente e non solo per la ragione. E’questa la forza che Cronenberg antepone ad altri autori di oggi: non perde mai di vista il mezzo e a chi è rivolto. Fa cinema.

LA VERSIONE in lingua originale è consigliabile:Keira Knightley è la prima donna in tutti i sensi. E’ Sabina compulsiva e dolcissima, perversa e razionale: danza su tutti i registri, fa la pazza disperata come poche volte si è visto, torna a essere un’attrice che sa alternare, cambiare, perché lo sa fare, perché nonostante la giovane età è di una completezza importante, senza mai andare sopra le righe. Nulla nella sua recitazione, nel suo disperato isterismo iniziale è gigionesco. I due fuoriclasse che interpretano Jung e Freud sono Michael Fassbender e Viggo Mortensen, che sembra ormai aver preso il posto di Jeremy Irons nelle preferenze di Cronenberg. Entrambi sono irriconoscibili sotto il trucco con Fassbender che si è meritato in toto la Coppa Volpi a Venezia, anche se per la sua interpretazione in Shame di Steve McQueen. Al trio di campioni va aggiunto il quarto incomodo: Vincent Cassel che ritrova Cronenberg dopo la positiva prova in <<La promessa dell’assassino>>. E’ Otto Gross, la cui figura di psicanalista e la sua lucida follia- Jung lo dichiarò incapace di intendere e volere ma lo coinvolse nel proprio lavoro- fanno sorridere e allo stesso tempo riflettere. Sarà lui a confermare i dubbi a Jung. Il prossimo film di Cronenberg sarà <<Cosmopolis>> tratto da uno dei più brutti ma anche del più visionario romanzo di Don De Lillo. Scommetto che sarà un capolavoro.

Funny Games alla Polanski

carnage-2.jpegPer <<Carnage>>, il film di Roman Polanski presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, molti hanno sprecato fiumi di parole. Chi lo ha giudicato un film di caratura superiore, chi come recentemente ha scritto Umberto Silva su Il Foglio nell’ultima opera del grande polacco non ha intravisto in toto quella genialità che lo aveva mostrato agli occhi del mondo all’epoca degli esordi. Sapere chi abbia ragione è esercizio inutile: <<Carnage>> è un film a suo modo tradizionale, magnificamente recitato dai suoi quattro attori, diretto con mano ferma ma leggera da un regista in stato di grazia. Non è però opera geniale, piuttosto una sorta di giocoso esercizio dove Polanski si diverte e diverte con quella crudeltà e capacità di affondare i colpi con estrema grazia come solo i grandi autori sanno fare. Tratto dalla piece teatrale, pubblicata da Adelphi di Yasmina Reza- presente nel cast del film come co-sceneggiatore- << Carnage >> è un gioco al massacro dell’istituzione famiglia, dell’individuo e se vogliamo proprio vederci un significato politico persino degli stilemi americani dei bei tempi che furono. Le coppie che si ritrovano all’interno dell’appartamento newyorkese per risolvere in modo <<civile>> una precedente zuffa tra i propri figli, incarnano gli stereotipi tipici delle nevrosi contemporanee. C’è una pacifista che si dispera per le tragedie africane, Jodie Foster, suo marito all’apparenza privo di una autentica personalità, John C Reilly, una raffinata donna in carriera altoborghese, Kate Winslet, che sembra rigida e algida e il coniuge di lei, avvocato di grido votato alla professione e schiavo del tic del BlackBerry e del successo, Christoph Waltz. Ebbene tutto ciò che all’inizio sembra, nella realtà non è. Gli stereotipi vanno a farsi benedire, nel crescendo di battute, situazioni, ognuno mostra la propria ridicola mostruosità, il proprio fallimento. Colano maschere e infrastrutture mentali in un << Funny Game>> che a differenza di quello di Haneke spinge l’acceleratore sulla <<usuale>> e quindi per questo ancora più crudele <<serena perfidia>> dei bravi padri di famiglia.

Incorniciato da un inizio e una fine in esterni, <<Carnage>> e la sceneggiatura permettono a Roman Polanski di ritrovare in toto il suo cinismo, la sua cattiveria nell’affondare i colpi, nel creare uno spartito <<allegro con brio>> solo in superficie. Il massacro reciproco delle due coppie avviene a colpi di battute, di sketch mai banali, di simboli radicalmente e falsamente chic inzozzati dai conati di vomito di Kate Winslet, di telefonini che all’improvviso smettono di funzionare, mostrandoci la solitudine e la nullità dell’uomo contemporaneo privato della sua appendice tecnologica, o la tardiva presa di coscienza da parte di John C Reilly di essere ben diverso da ciò che vorrebbe la moglie Jodie Foster. In tutto ciò i figli sono solo una scusa e anche per questo il regista li lascia dietro le quinte: la generazione della quale parlano Polanski e Reza, è incapace di offrire modelli educativi perché è essa stessa diseducata alla sostanza, disorientata dal grande nulla che si cela dietro le proprie ambizioni. Forse è per questo che la ferocia dei genitori scivola come acqua sulle spalle dei due ragazzini in un finale altrettanto ironico e ficcante con il criceto- chi ha visto il film sa a cosa alludo e chi lo vedrà capirà- che all’improvviso diventa protagonista nel momento in cui appaiono i titoli di coda, da non perdere per nessuna ragione al mondo.

Un film di questo genere, brevissimo quanto intenso, non avrebbe mai potuto trasformarsi in una gioia per gli occhi e per le menti senza l’apporto di un cast fenomenale. Christoph Waltz migliora ancora la sua prova superando addirittura quella del colonnello in <<Inglorious Bastards>> di Tarantino. E’da insegnare nelle scuole di teatro il suo modo di riempire la scena, di fare del proprio personaggio anche quando non è in primo piano il punto di riferimento del film. Kate Winslet non si smentisce: tra le attrici di oggi è forse la più completa, ha moltissimi registri da offrire a qualsiasi regista e una classe da premiare. Jodie Foster in <<Carnage>> è talmente sgradevole, emaciata, esagerata da essere la più mostruosa tra i mostri dei quattro-per noi un po’troppo-  mentre la bonomia e sottomissione di John  C Reilly vanno a farsi benedire con grande naturalezza, grazie a un attore che conosce la professione e sa passare da un genere all’altro con estrema semplicità. Come Hitchcook da una porticina, per un <<cameo>>, spunta anche Polanski. Un omaggio a chi in parte può avere ispirato il film o lo sguardo perplesso e beffardo del fool shakesperiano che aleggia nella casa di New York, un tempo terra promessa di molti sogni infranti.

All’Est c’è qualcosa di nuovo:Andrea Segre e la sua Li

io-sono-li.jpegECCOLO il gioiellino italiano arrivato nelle sale in questi giorni: si intitola << Io sono Li>>, è diretto da Andrea Segre. E’un’opera prima fino a un certo punto perché il trentacinquenne regista veneto la propria reputazione se l’era già costruita sia nell’ambito dei corti sia nei documentari. Alla Mostra di Venezia di  <<Io sono Li>> si è parlato molto. I quotidiani, o almeno la maggior parte di quelli nazionali, più che trattare del film in quanto tale ne hanno sottolineato la portata sociale, mettendo a confronto una terra dalle tradizioni solidissime, il Veneto appunto, con l’immigrazione  cinese. Ma << Io sono Li>> non può essere ridotto soltanto a questo. Sarebbe semplicistico e potrebbe andare bene per un titolo da taglio basso per incuriosire. In realtà siamo in presenza di un film potente, delizioso e originale che si avvale di un cast importante, dalla attrice prediletta da Jia Zhang-ke, nonché interprete di Still Life- Zhao Tao, a Rade Sherbedgia, del quale la prova in Prima della pioggia è solo una delle tante che si rammentano, fino ad arrivare a Marco Paolini, Giuseppe Battiston e Roberto Citran, gente che tra teatro e cinema ha costruito una carriera solida e di livello, negli ultimi tempi sfruttata a dovere da chi vuole affidarsi al meglio che c’è in circolazione. E se anche il cast non dovesse mettere la pulce nelle orecchie dei potenziali spettatori-perdere questo film è un delitto- diciamo senza mezzi termini che <<Io sono Li>> dimostra quanto il cinema italiano sia maturo per tornare a essere quello dei tempi migliori. Perché Andrea Segre ha un occhio per nulla provinciale, ma allargato a macchia d’olio verso il mondo.

SHUN LI è una immigrata cinese: le hanno <<pagato>> il permesso di soggiorno, lavora dove la <<grande famiglia>> decide. Da una industria d’abbigliamento nel Lazio a un’osteria di Chioggia senza possibilità di ribellione, come una prigioniera ben trattata alla quale è vietato il ricongiungimento con il figlio fino a quando non avrà ripagato interamente i costi per giungere in Italia e organizzarsi una esistenza indipendente. E’ il metodo quasi universale usato dagli sfruttatori- qui i cinesi sono presi a metafora ma si potrebbe parlare anche di altri- per mettere le radici negli affari e per allargare la propria influenza al di fuori della patria. Shun Li obbedisce, lavora sodo, trova nell’umile popolazione dei pescatori di Chioggia un contatto umano profondo, soprattutto con Bepi Il Poeta, un anziano emigrato dalla ex Jugoslavia ormai entrato a far parte del nucleo sociale del luogo. Sono i piccoli grandi casi di questa umanità che si incontrano con quello di Shun Li: Coppe lavora su un peschereccio ed è prossimo alla pensione; Bepi è vedovo da un anno, cerca di resistere alle insistenze del figlio che lo vuole sradicare dal luogo, giudicandolo troppo anziano per condurre quella vita faticosa che lo porta a pescare nel casone in laguna e a vivere da solo; l’avvocato è un altro frequentatore dell’osteria:non lavora più, trascorre le sue giornate tra i tavoli del locale e il barbiere, osservando distrattamente ciò che accade ed esprimendo giudizi; Devis invece rappresenta il nuovo che avanza. Vive di ansia di soldi, di prepotenza, dimentico della famiglia. Ma anch’egli è un uomo profondamente solo. Shun Li e Bepi hanno una diversità rispetto agli altri: cercano, ognuno a proprio modo, di costruirsi una vita, di non arrendersi., di non subirla. Ed è naturale che tra i due scoppi quel sentimento che forse va oltre l’amore, che non è fisico quasi facessero parte della stessa tribù, sebbene provenienti da mondi apparentemente all’opposto. Sarà la comprensione tra l’uno e l’altra a mutare il corso degli eventi, a farli precipitare. Perché Segre ci parla di comunità ben ancorate ai loro usi e costumi, gelose del proprio isolamento, impaurite, sospettose nel momento in cui viene dimostrato che un incontro è possibile.

<< Io sono Li>> lascia allo spettatore amarezza e speranza assieme. Nessuno vince in questo film, non c’è un lieto fine ma una finzione di <<happy end>> perché a trionfare sarà  lo <<status quo>>, lo schema, la regola da non violare. Ma, come abbiamo scritto, c’è anche la speranza:quella di un’umanità che guarda e che sacrifica sé stessa nell’ottica della priorità morale. Il film è vincente su tutta la linea, non solo nel soggetto. Per ambientare l’incontro con i cinesi e simboleggiarlo , Andrea Segre ha compreso subito che avrebbe dovuto racchiudere la propria storia in una scenografia naturale il più possibile vicina all’Oriente, al Far East che guarda caso incontra l’est italiano. Chioggia, la sua laguna, le sue barche, i suoi casoni così simili alle casette de << L’Isola>> di Kim-Ki Duck, quei piani ottici di camera dove l’acqua, il suo scorrere e allo stesso tempo la sua immobilità lagunare- Still Life appunto- diventano protagonisti, quei colori sfumati, la predominanza dei grigi sono il colpo di genio che fa del film qualcosa di molto diverso da ciò che spesso passa il convento. Si capisce che Segre si nutre anche di cinema orientale, i rimandi si notano tutti persino nello stile di racconto, nella scelta acuta di rinunciare al doppiaggio, nella secchezza priva di banalità e mai di ironia  dei dialoghi. Vincitore dei premi Fedic, Mangiacapre e Lanterna Magica a Venezia, << Io sono Li>> è un’opera importante e  matura. Chi ama la qualità non dovrebbe farsela sfuggire.

Il senso della non appartenenza

lultimo-terrestre.jpegL’ultimo terrestre è stato il film italiano tra quelli presentati alla Mostra del Cinema di Venezia che ha raccolto i maggiori consensi di critica e di pubblico. Non è un capolavoro indimenticabile ma un’ottima opera che dimostra, se mai ci fosse bisogno di ripeterlo, che il cinema si presta ancora a diversi modi di linguaggi visivi e di scrittura. Basta possedere il coraggio di andare oltre il seminato, di essere sé stessi, di non scimmiottare le mode imperanti. In una parola sola essere coerenti con chi si è. Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, non ha pagato alcun prezzo <<artistico>> nel passaggio dal tavolo di disegno, dove viene considerato un maestro indiscusso con i suoi fumetti, alla macchina da presa proprio per questo. Ha proposto alla Fandango una sceneggiatura tratta dalla novella grafica di Giacomo Monti <<Nessuno mi farà del male>>: una scommessa per il cinema italiano ancorato spesso a pregiudizi, immobilizzato dagli input che produttori e distributori impongono anche in sede di stesura di storie. Alla Fandango di Domenico Procacci va riconosciuto il merito di avere creduto nel progetto e a Gipi di essere riuscito a portarlo a compimento, proponendo un film singolare, dove si sorride e si riflette. Autentica allegoria dei nostri tempi, dei vizi e delle virtù dell’italica specie, L’ultimo terrestre ha uno svolgimento piacevole, molto secco e ben poco compiaciuto, dinamico, illuminato da belle intuizioni di riprese e fotografia, di colori che cambiano, di tagli d’immagine che a volte sono tipici dei fumetti e altre rimandano a lezioni di pura cinematografia, queste ultime non originalissime ma prese a nolo da nobili esempi- gira e rigira i giovani autori sembrano avere ben in mente il cinema di Lynch e della fantascienza di <<serie B>> degli Anni ‘50 e ‘60-, e di una sceneggiatura scoppiettante che non annoia né si dilunga troppo. La specificità è quindi la forza dalla quale L’ultimo terrestre trae linfa.

Gli occhi di Luca, un trasognato Gabriele Spinelli,  osservano un mondo privo di ideali, dove la solitudine è il comune denominatore delle esistenze, dove non c’è molto da immaginare, non esiste progetto. La sua vita è mediocre quanto quella dei colleghi della sala bingo dove presta servizio. Il suo orizzonte è limitato come quel muro che separa la sua abitazione <<abusiva>> da quello della dirimpettaia della casa di fronte. E’una strada stretta simile a un labirinto il cammino esistenziale di Luca. I suoi sentimenti non sono esprimibili, è incapace di confrontarsi con le donne, si accontenta di osservare l’oggetto del desiderio, di struggersi, di sentirsi perdente per il lutto che lo ha colpito quando era bimbo, la morte della madre.  Gipi è abilissimo a inserire il suo protagonista silenzioso, imbranato, osservatore delle piccole cose che accadono di fronte, in uno spazio fisico claustrofobico, appunto un quartiere degradato, in decadenza e finto borghese di un luogo senza nome ma contemporaneo. E’un film senza punti di appartenenza quello di Gipi. Un’anziana prostituta lavora in un supermarket del mobile, il miglior amico di Luca è un travestito e l’unico con il quale riesce a stabilire una relazione verbale e intellettuale, la sua donna del desiderio è un altro personaggio sradicato dai sogni con il lavoro all’autogrill, la disgraziata illusione amorosa con un truffatore di cuori e di menti; i suoi colleghi camerieri sono una banda di disonesti intellettuali, tre individui  schematizzati nel carattere dalla sceneggiatura e fin troppo riconoscibili di primo acchito, qualità del fumetto meno del cinema. C’è anche un genitore, all’apparenza giunto alla disillusione radicale: anch’egli - un magistrale Roberto Herlitzka- vive solo e isolato in un casolare di campagna, dove tutto è in rovina, fatiscente, impolverato a sancire l’attesa di una fine incombente. Nulla, se non l’interesse per la dirimpettaia e l’amicizia con il travestito, scuote Luca da un torpore meccanico, automatico.  Questo è ciò che appare, forse non ciò che è. Ci penseranno gli extraterrestri che calano sulla terra a ribaltare il senso, a fornire delle risposte, a mostrarci la nostra mostruosità in un crescendo che a volte sfiora il noir senza perdere mai di vista l’aspetto ironico.

E’MOLTO bravo Gipi a non cedere alla tentazione del grand guignol: anche nelle - poche- scene cruente della sua storia si ricorda di essere un fumettista e attraverso l’esagerazione dei gesti, delle espressioni, della crudeltà, ci porta in un territorio grottesco e poco credibile visivamente ma molto profondo a livello etico. Su questi due piani il regista danza bene anche se a volte evita di prendere la strada definitiva, restando un poco in mezzo al cammino. E’ il limite del film che avrebbe potuto essere più incisivo e cattivo nei confronti degli <<umani>> e che invece si arresta proprio sul più bello, forse per il pudore dell’opera prima e per la voglia di non esagerare che prende tutti coloro che si sentono alle prime armi. Avremmo desiderato una regia meno <<umile>>, più presuntuosa perché Pacinotti le potenzialità sembra possederle e con la sua naturale ironia avrebbe potuto affondare il coltello ancora più in profondità. Ma L’ultimo terrestre resta un film di assoluto valore in un panorama spesso piatto dove le idee originali vengono bandite al loro sorgere. Lo attendiamo alla prossima prova dove Gipi, da non esordiente, avrà agio di dare libero sfogo alle sue allegorie con la convinzione che sarà più cattivo. Già è riuscito nell’impresa di fare un ottimo lavoro sia di immagini sia di direzione di attori. Tutti molto bravi nel caratterizzare i personaggi. Spinelli concede il proprio volto spigoloso e irregolare alla parte del protagonista. Caratterizza Luca e i suoi problemi con naturalezza, senza alcun artificio o appesantimento. Herlitzka è il più attore: innocente all’inizio, mostruoso alla fine. Ci mette la sua arte, la sua esperienza ed è bello che un regista all’esordio lo abbia al proprio fianco perché è la dimostrazione che chi proviene dal teatro ha sempre una marcia in più anche quando punta il proprio sguardo verso l’orizzonte o prepara la tavola. Ma anche gli altri non sono da meno in un film dal quale potrebbe nascere un regista importante.