Posted on May 29th, 2010 by Guido
CI SONO casi cinematografici che nascono e si propagano per qualità più che per il battage pubblicitario ad essi legati. Fu così per lo splendido << Il vento fa il suo giro>> di Giorgio Diritti, accadrà la stessa cosa per << Le quattro volte>> del giovane Michelangelo Frammartino, applauditissimo all’ultima edizione della Quinzaine di Cannes. Sia chiaro non siamo di fronte a un film tradizionale: << Le quattro volte >> è frutto di un cinema non parlato, è cinema mostrato, nel quale però ogni immagine ha una sua valenza precisa, è soggetto e sceneggiatura essa stessa, è l’occhio che guarda, penetra, scava nell’esistenza di un piccolo centro della Calabria appenninica, Alessandria del Carretto, paesino arroccato in provincia di Cosenza. Qualcuno lo potrebbe inserire nel genere del documentario ma anche questo non è pertinente: << Le quattro volte >> non fa parte del settore, esce da quello schema come non entra in altri: Frammartino non è figlio di Olmi, è diverso da Diritti, può ricordare con i suoi piani sequenza Jean Marie Straub di << Fortini-Cane>>. Di sicuro Frammartino ha il senso del tempo, della sua scansione, è quasi orientale nel rispettare il susseguirsi del giorno e della notte, delle varie stagioni nelle quali si svolgono i fatti della sua opera. C’è un occhio che osserva: è quello del regista che diventa il nostro dopo pochi secondi, appena compresa la non necessità di ascoltare parole, l’ apparente inutilità di un canovaccio, di una trama, di una concessione allo spettacolo. E’questa la magia di << Le quattro volte >>: di lasciar perdere il superfluo, di rendere l’essenza, di raccontarci una storia senza l’ausilio di nient’altro che della camera per spiegarci la vita e la morte. Read more »
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Posted on May 15th, 2010 by Guido
A BEN VEDERE << Gli amori folli >> di Alain Resnais mi rimanda ad alcuni romanzi di Paul Auster. Accade spesso nell’ampia produzione dello scrittore statunitense di trovarsi al cospetto di opere nelle quali il narratore conduce il lettore proponendogli ipotesi di narrazioni, offrendo ai propri personaggi varie alternative, di modo da modificare in continuazione il rapporto tra causa ed effetto. Nell’ultimo film di quello che è uno dei grandi non solo del cinema francese accade un po’ la stessa cosa. I due protagonisti accanto ai quali ruotano altri due personaggi cosiddetti minori, di sostegno e giustificazione, si muovono sulla scena proponendo, attraverso una voce narrante, ipotesi. Sono due tipi di cui conosciamo solo ciò che vediamo: dell’uomo sappiamo che è borghese, ha una splendida moglie più giovane, due figli, ogni tanto ci rammenta di possedere un passato per il quale dovrebbe avere ricevuto una certa notorietà, probabilmente negativa, e della quale nulla ci è dato da sapere di più. Della donna solo che è dentista, ha la passione degli aerei, ha fatto restaurare uno Spitfire e quindi dovrebbe essere considerata una non omologata, quasi un retaggio di quelle eroine dalla forte personalità che tanto entusiasmavano nei tempi antichi. Alain Resnais li prende entrambi nel pieno dell’anzianità. Lei ha bisogno di scarpe comode, particolari, lui di dare un senso a un’esistenza che sembra scandita dai piccoli lavori domestici di chi ha un passato e un presente senza nulla, all’infuori dell’immagine gozzaniana del buon padre di famiglia. Cosa potrebbe accadere tra lei e lui se il caso li facesse incontrare? Read more »
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Posted on May 1st, 2010 by Guido
SILVIO SOLDINI è un regista atipico: gira film con il contagocce, rifugge dalla banalità, scava nel reale non in un mondo immaginato. Potrebbe essere definito uno degli autori <<sociali>> del cinema italiano contemporaneo ma in modo sottilmente diverso da quello di molti colleghi. Il suo modo di affrontare i problemi parte dal privato, dall’individuo, dal singolo, da piccole storie che si trasformano in universali perché contengono uno spaccato concreto, non fittizio, non da slogan, fuori dalle mode, fuori dal risaputo. Gli uomini e le donne di Soldini sono gli italiani più autentici, proprio perché l’autore milanese non li ammanta di eroismo, non impone loro una missione, li segue e li caratterizza prendendo come spunto il quotidiano della gente. Così tra i tanti film sul precariato, quello più ficcante, purtroppo anticipatore, fu qualche anno fa << Giorni e nuvole >>, la sensibile storia di un imprenditore di mezza età che dall’oggi al domani perdendo il lavoro entrava in quell’apnea esistenziale che coinvolge gli affetti, i sentimenti, le relazioni interpersonali, la perdita delle certezze, con l’improvviso senso di smarrimento, di non appartenenza. Soldini, con raro acume, aveva compreso in anticipo che lo stato più drammatico del precariato non era quello dei giovani laureati ma di chi aveva speso la vita nella professione e si ritrovava con un pugno di mosche in mano negli anni in cui si doveva raccogliere il frutto di quell’impegno. Il suo ultimo film, << Cosa voglio di più >>, uscito in settimana nelle sale italiane, è in linea con quella storia, ne rappresenta un proseguimento spontaneo, la completa e approfondisce e ci lascia con l’amarezza di chi nulla può contro lo stato delle cose. Come in << Giorni e nuvole >> l’indagine <<sociale>> di Soldini parte dalla struttura che più di ogni altra esemplifica il nostro stare nel mondo: la famiglia. Due coppie a confronto, in apparenza del tutto normali. Un negoziante e sua moglie impiegata in un’agenzia di assicurazioni. Giovani marito e moglie ancora senza figli. Dall’altra un’estetista e un uomo che si occupa di catering, due figli piccoli, gli immancabili e insormontabili problemi economici di chi non ha un lavoro retribuito a sufficienza e soprattutto sicuro. Read more »
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Posted on April 21st, 2010 by Guido
C’è chi in <<Ghost Writer>>, tradotto come <<L’uomo nell’ombra>>, di Roman Polanski ha visto allusioni e riferimenti politici a Tony Blair, del quale lo sceneggiatore Robert Harris è stato per davvero un <<ghost writer>> e ci può anche stare. Ma il segreto del successo di questo film è molto più semplice: è il trionfo del cinema girato da uno degli autori fondamentali della storia, uno che ha sbagliato molto raramente, che è capace di passare da un soggetto all’altro senza per questo rinunciare alla propria personalità. E’grande cinema, quindi. Una pellicola che tiene sulle spine lo spettatore dall’inizio alla fine, giocando come sempre accade con Polanski, su ciò che è percepito, su ciò che è, su ciò che potrebbe essere. Il segreto del regista è sempre stato questo fin dagli esordi: offrire a chi osserva varie chiavi di lettura delle vicende delle quali si occupa. In superficie <<Ghost Writer>> è un film di genere, un noir in tutto e per tutto, con gli ingredienti da apnea obbligatori: la natura minacciosa, il cupo verde di boschi, ville isolate, acqua, vento e pioggia dappertutto, la sensazione che il protagonista, Ewan McGregor-che si conferma interprete straordinario- sia sempre controllato, spiato e che su di lui gravino oscuri fantasmi. C’è quindi la storia di questo eroe senza nome, McGregor, ingaggiato da un editore con un contratto di 250 mila dollari- solo in Italia chi scrive viene pagato con una micca di pane- per curare la biografia dell’ex primo ministro inglese, Pierce Brosnan, aitante signore di mezza età con un passato di attore teatrale all’epoca di Cambridge, diviso dall’unione di facciata con la moglie Ruth, Olivia Williams, e l’amante portaborse Kim Cattrall. L’ex primo ministro vive di fatto in esilio in un’isola negli Usa, Marta’s Vineyard, conta sulla biografia per rilanciarsi politicamente, fino a quando non viene travolto da uno scandalo internazionale che lo potrebbe portare di fronte alla suprema corte di giustizia dell’Aja per violazione dei diritti umani: il suo ex ministro degli esteri lo accusa di avere usato metodi brutali nei confronti di terroristi e di essere in odore di operazioni poco chiare. Il ghost writer seguirà i vari indizi fino a una conclusione come sempre inattesa e in parte soprendente. Read more »
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Posted on April 11th, 2010 by Guido
PER chi è abituato alla cinematografia giapponese nelle sue varie forme, da Ozu a Kurosawa, da Kitano a Tsukamoto o Takashi Miike, << Departures >>, vincitore dell’Oscar come miglior film straniero per il 2008, si presenta come un prodotto atipico. Non poteva essere altrimenti per un film che ha riscosso il consenso dei giurati americani, in genere poco inclini a concedere il riconoscimento ad opere troppo personali o caratterizzate da discorsi e scritture che per arrivare all’universalità usano un linguaggio cinematografico poco omologato. Su questo fronte il buon film di Yojiro Takita era perfetto per accontentare il pubblico occidentale e non è un caso se fin dai primi giorni di programmazione italiana abbia ottenuto incassi decorosi al botteghino. A volte originale e furbetto, << Departures >> dispensa lacrimucce, fa sorridere e ridere, contiene insomma tutti gli ingredienti necessari per far esclamare a chi non sopporta l’ <<orientaleggiante a tutti i costi >> che da questo momento una maggiore attenzione ai titoli che giungono dall’Asia si potrà concedere. Da quest’ottica
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Posted on March 21st, 2010 by Guido
In Italia abbiamo dovuto attendere quasi un anno per vedere << Un prophète >>, il film con il quale Jacques Audiard è tornato sul grande schermo dopo i successi di <<Tutti i battiti del mio cuore >> e di <<Sulle mie labbra >>. Un anno alle prese con una distribuzione che lo ha negato in autunno, per Natale, durante l’inverno, attendendo un Oscar per il miglior film straniero che non è arrivato mentre in gran parte d’Europa le pellicola di quello che è il migliore regista francese si poteva gustare a fondo. Stranezze tutte italiane, ma è meglio lasciar perdere. A Cannes << Un prophéte>> avrebbe dovuto vincere la Palma d’Oro che per ragioni di giuria- Isabelle Huppert ne era il presidente- andò invece al meritevole ma opinabile, in quanto film a tesi, << Il nastro bianco >>. Ma ora è primavera anche per il cinema e il film di Audiard, figlio di uno degli sceneggiatori principi della nouvelle vague, sboccia come un fiore in tutto il suo splendore.
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Posted on March 6th, 2010 by Guido
Revanche è il film di Goetz Spielmann che ha vinto numerosi premi nel 2009 e che solo ora viene proiettato nelle sale italiane grazie all’apporto distributivo della Fandango proprio nei giorni in cui a Hollywood vengono assegnati gli Academy Aawrds. L’anno passato in lizza per il miglior film straniero c’era stato proprio Revanche che alcuni hanno bollato come poliziesco ma che di questo genere ha poco o nulla. Infatti non siamo nel campo delle indagini che seguono un evento delittuoso. In Revanche il soggetto è l’allegoria necessaria perché Spielmann ci parli di come la casualità possa entrare e determinare la vita di ognuno e come alla fine la comprensione di questo assurdo sia in grado di rimettere le cose al proprio posto secondo un’ideale di giustizia esistenziale che è assolutamente nuovo per la cinematografia austriaca. Chi infatti si attende di vedere nel film di Spielmann la negativa morbosità di Michael Haneke resterà stupìto. In Revanche siamo piuttosto nel territorio di Claude Chabrol alla rovescio, se colpa esiste è quella di essere umani e l’espiazione è il caricarsi di questo fardello. Read more »
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Posted on February 26th, 2010 by Guido
Chi mi conosce sa dell’amore che nutro per i film di Clint Eastwood. Anche quelli che vengono considerati minori o non felici, valga per tutti l’esempio di << Mezzanotte nel giardino del bene e del male >>, mi hanno trovato entusiasta. Così non posso certo scagliarmi contro << Invictus >>, l’ultima sua opera firmata subito dopo quell’autentico capolavoro che è << Gran Torino >>.E’un ottimo film, da vedere, gustare, una storia che trasporta lo spettatore nel terreno nel quale l’attore <<icona>> di Don Siegel e Sergio Leone è maestro. Chi al cinema chiede emozione, commozione, qualche lacrima, è accontentato dall’ <<Invincibile >> eastwoodiano. Così come saranno felici gli appassionati di rugby che nel film vedono un formidabile mezzo di promozione del loro sport, una disciplina << selvaggia giocata da gentiluomini >>e che mai è stata ripresa al cinema così bene. Solo che al di là di questo in << Invictus >>, di Clint Eastwood c’è poco. Non esiste per esempio la tematica tra bene e male, tra giusto e ingiusto, non c’è la lucidità anche pessimistica di andare oltre lo stereotipo dello sport. Non è un caso infatti che questo sia un film fortemente voluto da Morgan Freeman e girato da Eastwood sulla base di un romanzo, << Playing the enemy >> di John Carlin poi sceneggiato da Anthony Peckham. Come dire che dell’autore di alcune delle opere più memorabili degli ultimi quindici anni c’è la mano registica, non quella autorale. Read more »
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Posted on February 13th, 2010 by Guido
Ogni tanto viene da domandarsi perché solo all’estero sia possibile concepire film dal contenuto originale, fuori dagli schemi, eppure ben inseriti sia in un discorso che vira verso il sociale sia verso le grandi domande che un po’tutti gli umani si pongono. << Lourdes >> della non ancora trentottenne austriaca Jessica Hausner è uno di questi ed è tra i più interessanti presentati nel corso dei festival cinematografici del 2009. Guardandolo, gustandolo, domandandosi gli stessi punti interrogativi che la regista si pone, c’è da chiedersi come mai in Italia nessuno si sia mai spinto ad andare in profondità sul fenomeno industriale-miracolistico di San Giovanni Rotondo e di Padre Pio con tutto ciò che ne consegue sia nel riflesso commerciale e affaristico sia in quello più strettamente legato al rito religioso, alle sue credenze e alle sue derive. Lourdes , uscito questa settimana nelle sale dopo il successo di pubblico e di critica, anche cattolica, del festival di Venezia, è appunto un’opera diversa, interessante, per nulla scontata, con un finale grottesco, perfido, uno sberleffo che fa a pugni con le edulcorate descrizioni dei miracoli, delle speranze, della stessa fede. Read more »
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Posted on January 24th, 2010 by Guido
NON AVEVO alcun dubbio che il secondo film di Giorgio Diritti sarebbe stato all’altezza e forse superiore al primo, a quel <<Il vento fa il suo giro >> - il commento è inserito nel mese di luglio 2008 del blog- che ha rappresentato un caso di spontaneità mediatica due stagioni orsono e soprattutto di originale qualità. << L’uomo che verrà >> è il naturale proseguimento del discorso iniziato da Diritti con quella opera. Si badi bene: la coerenza narrativa è una dote naturale, istintiva, propria di pochi. Vedendo << L’uomo che verrà>> si ha quasi l’intuizione che il regista bolognese abbia in mente un affresco complessivo e che questi due film non siano altro che parti di esso, sezioni di un progetto globale che come obiettivo ha la descrizione della natura umana attraverso originali messe in scena. In << Il vento fa il suo giro >> Diritti poneva a confronto le diversità culturali, le difficoltà di accettazione. Era un discorso disincantato, per nulla retorico, crudele e allo stesso tempo amaro e melanconico di come sia difficile cambiare l’uomo al cospetto degli altri uomini. Un film di rara profondità intellettuale, oltre che di oggettiva bellezza. Emozionante, coinvolgente. Read more »
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