Pina che sconvolse il teatro

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Per noi che la sera andavamo a teatro senza i telefonini perché non c’erano, che attendevamo quel giorno quasi con trepidazione, Pina Bausch divenne un vento che spazzava. << Cafe Mueller >> arrivò su un piccolo palcoscenico di provincia, a Parma, a Teatro Due. Era il 1981. Bausch era poco conosciuta, non godeva di notorietà da mass media. Nemmeno noi sapevamo con esattezza cosa facesse, quale fosse il suo concetto di teatro. Non l’avevamo mai vista ma solo sentita nominare come si fa quando per il mondo si aggira qualcuno di diverso, qualcuno fuori dagli schemi, qualcuno speciale. Erano gli anni in cui l’avanguardia era stata superata dalla postavanguardia, gli anni dove era necessario rivisitare i classici secondo canoni estetici contemporanei, dove la lotta tra gli affezionati al teatro <<vecchio>> e gli amanti del << nuovo a tutti i costi >> si risolveva dopo gli spettacoli con qualche insulto.

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Le dinamiche immobilità di Ceylan

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C’è continuità tra un film e l’altro di Nuri Bilge Ceylan. E’una strada lineare e coerente sulla quale cammina il più rumoroso tra i silenzi degli ultimi anni. Ceylan a volte riceve critiche severe: c’è chi non gli perdona il suo essere quasi un emulo di Antonioni -con scherno lo definiscono << Antonioni del Bosforo >>, ma io e so che lo adora spesso rivedo in lui un po’ di Tarkovskij -, chi con chiarezza spiega che la noia è la regina delle sue opere, chi lo accusa di non badare più di tanto alla storia o di risolverla sempre con artifizi. E’chiaro che il mio pensiero di spettatore e appassionato sia diverso: non per nulla Ceylan è anche un link di questo blog, fa parte delle mie passioni e dei miei gusti individuali. Ma posso comprendere anche i suoi detrattori o non entusiasti: la lentezza, se misurata con il cronometro e non vissuta, causa noia. Il silenzio, se non ascoltato, è nulla. I primi piani, se proposti di continuo e seguiti distrattamente dal voyeur occasionale, possono apparire come semplici volti degli stessi attori. I misteri esistenziali, che nelle opere di Ceylan sono presistenti ai personaggi stessi, per chi non è abituato -e non ce ne vogliano gli hollywoodiani da avventura e basta- non creano azione apparente. Per chi va al cinema per mangiare pop-corn e bere Coca-Cola o messaggiare con il telefonino un film di Ceylan non è indicato. Ma dato che la funzione del cinema, del teatro, della lettura e di tutte le forme espressive è il divertimento della ragione e dell’anima che proviene dalle domande che l’autore si pone e ci pone, credo che una maggiore attenzione e un minor controsnobismo farebbe bene sia a molti spettatori sia a molti recensori. Si guadagnerebbe in qualità, almeno a livello di attenzione e di riflessione. Leggi articolo »

<< Vincere >> riflessione su singolo e potere

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<< Vincere >> di Marco Bellocchio è uno di quei film che meriterebbero almeno una seconda visione. Perché è meno semplice di ciò che mostra, perché si inserisce alla perfezione nell’ormai lungo cammino dell’autore, un uomo << contro >> nel panorama del cinema italiano, un uomo convinto delle proprie idee, dei propri punti interrogativi, un uomo che in definitiva arricchisce lo spettatore anche quando, e non è questo il caso, il prodotto finale non è all’altezza delle aspettative. Leggi articolo »

Grazioso non significa capolavoro

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Leggo recensioni entusiastiche di << Tulpan >>, il film kazako che nel 2008 ha vinto il premio << Un Certain Regard >> al festival di Cannes. A leggere le critiche sembra di essere di fronte a uno di quei film che non si possono liquidare con facilità, a un semi capolavoro da non perdere, pena il restare monchi di un’opera fondamentale in questa stagione cinematografica pre Cannes povera di proposte interessanti e di qualità. Non voglio dire che << Tulpan >> sia un film brutto, da sottovalutare. Tutt’altro, solo che è un’operina abbastanza scarna, semplice-semplice, a tratti divertente, ben girata, benissimo recitata che ci mostra la vita dei pastori del Kazakistan, Stato asiatico dell’ex Unione Sovietica. La trama è molto lineare: nella steppa non esistono donne. L’unica è la giovane Tulpan ed è lei che Asa, reduce dal servizio di leva in marina, vorrebbe sposare. Il matrimonio gli permetterebbe di ricevere in dote dal commissario politico della zona il proprio gregge di pecore. Ma Tulpan, che nel film non si vede mai se non di spalle con una ciocca di capelli raccolti in una lunga treccia, andrà in città a studiare perché la madre vuole così. Nonostante gli sforzi Asa non riuscirà a coronare il proprio sogno d’amore. La sua vita è a un bivio: per costruirsi la propria storia, ovvero il proprio passato, racconta di incontri fantastici con una piovra negli abissi degli oceani. E’un refrain che ripete ogni qual volta va assieme al cognato pastore e all’amico Boni nella juta della famiglia di Tulpan per convicere i genitori a dargli in moglie la figlia. Leggi articolo »

Quel Nobel mancante al genio che annusava il vento

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Credo che nessuno come James Graham Ballard abbia saputo descrivere i mutamenti sociali degli ultimi quarantanni con una lucidità, una lungimiranza, un immenso talento che lo fanno tra i più importanti scrittori contemporanei. E’morto nel week end nemmeno troppo anziano ma nessuno tra i grandi quotidiani italiani ha dedicato alla scomparsa il giusto spazio. Certo al ricordo di Ballard sono state dedicate la pagina culturale del Corsera e de La Repubblica ma un accenno in prima pagina avrebbe dovuto fare capolino tra le notizie del lunedi. Perché qui non si tratta di uno scrittore come tanti ma di quello che più di ogni altro ha saputo << leggere >> il presente a volte con decenni d’anticipo. Leggi articolo »

Non dimenticare Rachel getting married

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Film da non dimenticare: sono molti, anche tra quelli degli ultimi otto mesi. << Rachel getting married >> di Jonathan Demme era stato presentato a Venezia ma era rimasto incastrato dalla maggiore comunicazione ricevuta da altre opere meno importanti. Forse non era stato capito oppure non visto da tutti coloro che contavano. Ora che è arrivata la versione in dvd merita una ripassata o una visione nel caso fosse sfuggito, come mi era accaduto, nella normale programmazione di sala. Leggi articolo »

Louise Michel: grande lezione di grottesco

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<< Louise Michel >> è un film che sta raccogliendo in modo molto spontaneo, senza troppi battage promozionali, un successo inatteso: le sale si riempono, la gente ride. In maniera intelligente a battute e situazioni intelligenti. Essere comici significa sapere cosa è un dramma. E’solo una questione di messa in scena: nel dramma si scava, mantenendosi nell’ambito del possibile, del normale. Quando questa introspezione di un personaggio, di una situazione, supera il confine del realismo scatta il comico. Si può far ridere esasperando una visione, un fatto oppure facendo scattare quella molla che si chiama grottesco. I francesi sono da sempre i migliori paladini di questo genere d’arte. Nel grottesco soffia spesso il drammatico, ci pulsa dentro, è il suo cuore. Nel grottesco, aggiungo, la riflessione sul mondo è profonda. Si decodifica la verosimilità e si porta tutto quanto all’estremo, facendo diventare inverosimile ciò che è. Per carpirne il nucleo centrale. Leggi articolo »

Vita e morte secondo Clint

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Cosa ne sappiamo della vita e della morte? Clint Eastwood da sempre ruota attorno agli opposti. Ha impostato il suo lavoro di autore cinematografico sulle dicotomie, perchè in tutti i suoi film c’è sempre il bianco e c’è sempre il nero, c’è la necessità etica, morale, di prendere posizione, di non fissarsi sulla linea di centro, ma di andare da una parte o da un’altra. E’così da sempre, fin dagli esordi. Eastwood è <<figlioccio >> di Don Siegel, uno dei maestri del cinema di azione ma non solo ( suo il montaggio per esempio di Casablanca ), ed ha sempre avuto ben presente come caratterizzare i propri personaggi: vincenti o sconfitti non restano mai in mezzo. E’il famoso senso morale che anche in << Gran Torino >> alla fine esplode. Ma qui, a differenza dei lavori precedenti, Eastwood compie un ulteriore passo in avanti: è chiara, è leggibile, è scontata la scelta di campo che l’operaio in pensione Walt Kowalsky prenderà. Non è questo il senso del film. Come non è nell’accettare la diversità razziale dei vicini di casa la base di << Gran Torino >>. Questo fa parte solo della storia, è la scusa, è il grimaldello per trattare di altro, ben più profondo: << Gran Torino >> è un discorso complesso reso semplice su vita e morte .
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La TV del nulla uccide il gusto

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Ho pubblicato la locandina di << Appaloosa >> ma avrei potuto farlo anche con << Milk >>, con << Frost-Nixon >>, con << Le tre scimmie >>, con la maggior parte degli ottimi film che non sono andati molto bene al botteghino, sovrastati spesso dalle solite, immancabili banalità del cinema globalizzato, prefabbricato. Perchè ha ragione Paolo Mereghetti sul Corsera del 21 marzo: il gusto della gente sta bocciando tutto ciò che va al di fuori delle mode e per imporre un grande film - nei contenuti più che nel budget- a volte non basta una massiccia campagna di informazione. Non è una riflessione di uno snob o di uno abituato ai dibattiti da cineforum degli anni’70. Ma di un semplice fruitore di cinema, di un modo espressivo parallelo alla narrativa, che ci pone domande in modo più o meno serio, che alla fine non trovano mai risposte perché si tratta dei punti interrogativi dell’esistenza. Sono le utilissime << inutilità >> che differenziano gli uomini. Chi si pone domande, chi cerca nell’espressività un rafforzamento delle proprie e chi invece non cerca nulla, ma subisce ciò che il convento passa: questa è la differenza tra chi ama cinema e narrativa - esempi a me congeniali- e chi va in una sala o legge tanto per farlo, con l’aggravante di non essere più in grado di distinguere ciò che vale da ciò che si può serenamente lasciare in disparte. Leggi articolo »

Il rabdomante, piccolo film da riscoprire

locandina.jpgQualche settimana fa mi sono imbattuto in un titolo che avevo perduto:<< Il rabdomante>>. Sapevo che si trattava di un piccolo film, nel senso di budget, proiettato in qualche  festival e poi distribuito per pochi giorni nelle sale cinematografiche. Un destino comune alle produzioni indipendenti, aggravato dal fatto che all’epoca delle riprese, nel 2006, nessuno degli interpreti possedeva una valenza mediatica tale da incuriosire. Fortuna che le videoteche ogni tanto giungono a soccorrere i distratti e dal piccolo titolo scaturiscono momenti di delizia, di leggerezza ma non di superficialità. Merito di Pascal Zullino, l’interprete principale, soggettista e cosceneggiatore del film di Fabrizio Cattani. Leggi articolo »