Faust:l’ingordigia del nulla e il dramma dell’uomo

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images-41.jpegCHI E’ il dottor Faust di Aleksandr Sokurov? Lo stesso narrato da Goethe e Thomas Mann oppure è esso stesso terzo ai suoi ispiratori o addirittura un volto che scorre nella medaglia e continua a mutarla? Sono le domande che credo ogni spettatore si possa porre quando esce dal film che ha trionfato alla Mostra del Cinema di Venezia 2011 e che conclude la serie tetralogica che nel corso degli anni aveva portato il regista russo a creare in sequenza <<Moloch>>, <<Taurus>>, e <<Il sole>>, ognuno di questi incentrati sulle figure di Hitler, Lenin e Hirohito.  Con <<Faust>>, Sokurov chiude idealmente il suo grande affresco sul potere con un’opera di fortissimo impatto visivo, ricercatissima nelle immagini, nelle luci, nella messa in scena ma altrettanto nel copione e nei testi. Questo non è cinema usuale, è lontanissimo dagli stilemi dell’oggi, è quello che potrebbe essere confinato nel girone dell’arte nuda e cruda, pura, sublime e allo stesso tempo di difficile digestione, perché impone attenzione al particolare, alla riflessione. Lo spettatore è quindi chiamato a esercitare il proprio mestiere, il che in definitiva è ciò che si domanda ogni qual volta si entra in sala e si voglia non assistere alle varie banalità omologate che spesso il convento cinematografico-ma non solo penso a molti libri- passa e spaccia per qualcosa di speciale. <<Faust>> invece è speciale in tutto, dalla prima all’ultima scena. Meglio esserne investiti e iniettati e giungerci freschi, vivaci, pimpanti per non rischiare di annegarci e di restarne soffocati. E’un piccolo consiglio.

COSI’ facendo non sfuggirà a nessuno la portata contemporanea dell’allegoria di Sokurov che prende i testi di Goethe e Mann rispettandoli nella loro esteriorità, ma attualizzandoli nei contenuti, ribaltandoli in ossequio appunto a quella riflessione sull’ uomo e la bramosia del potere che era partita da Moloch. E’per questo che la scena non si incentra tanto sul patto che legherà Faust a Mefistofele, qui Maurizio-Moneylander, o dell’innamoramento tra Faust e Margherita. Fanno solo parte della storia che Sokurov vuole raccontarci, ma potrebbero benissimo non esistere all’interno del soggetto perché l’essenza del film gira attorno al mondo di oggi e all’uomo alle prese con esso. Ecco quindi che fin dall’inizio tutto ciò che circonda Faust, un immenso Johannes Zeiler, è devoluzione, dissoluzione, odore e colore di morte. Un mondo che Sokurov ci annuncia guardandolo dall’alto nella prima scena, dove fa capolino uno specchio ondeggiante tra nubi e sereno e poi una lenta planata verso il pianeta popolato dagli umani. E’il momento più sereno del film, l’unica scena conciliante. Dopo di che tutto avrà il sapore della decomposizione, della perdita progressiva di qualsiasi ideale, della ricerca esclusiva dei bisogni primari. Il Faust di Sokurov non è un superuomo. E’un individuo post umano al quale le domande fondamentali e metafisiche che si pone sono forse scuse  superate dalla realtà che lo circonda e che le nega. Ed è in questa continua lotta per la sopravvivenza, dove cibo, denaro e carne intesa come fabbisogno anche sessuale, che Faust incontra Mefistofele alias Mauricius. E’la  lucidità del <<diavolo>>, il  cinismo di chi ha esperienza del prima a condurlo via via sulla strada del soddisfacimento, dell’ingordigia. Ma a differenza dei protagonisti della trilogia precedente, Faust non è mosso da alcun ideale <<alto>>. Ha perso il senso morale così come non ha morale ciò che lo contiene, l’ambiente in cui vive. Sono i colori sbiaditi, quasi mai luminescenti, fiamminghi che volutamente Sokurov usa per contrastare  lo spazio temporale nel quale il film è inserito, l’800, che ci indicano dove l’umanità, attraverso il suo <<non eroe contemporaneo>> Faust, è arrivata. L’ingordigia del tutto contenitore di nulla, porterà Faust e Mauricius nella terra di nessuno che non ha risposte. E Faust andrà verso il proprio oltre, ubriaco non di vita e nemmeno di sete di conoscenza, solo perché l’unica certezza che riesce a trovare è nel senso del fare in quanto fare, senza possibilità di ricerca del divino. Bulimia del bisogno primordiale. Questo è l’uomo secondo Sokurov. Il finto grido <<oltre>> del finale tra i geyser e i ghiacci islandesi, in un paesaggio lunare( alla Tarkovsky con una spruzzata di Porcile di Pasolini) dove all’improvviso il regista russo modifica luci e riprese, non lascia illusioni. Faust resterà anima errante, come noi, e pur sbarazzandosi del proprio alter ego andrà incontro alla sua sete di ingordigia, al suo nulla immenso.

OPERA complessa, <<Faust>> vive anche di molte sfaccettature, di discorsi che vanno ad inserirsi all’improvviso nella storia che potrebbero essere illuminati dalla propria luce. A un  certo punto spunta dalle mani dell’assistente di Faust una misteriosa creatura, nata in laboratorio. Solo su di essa, sul suo significato- è vita artificiale creata inseguendo l’ideale dell’anima o della materia o ciò che l’uomo fa nascere è destinato alla non vita fin dall’inizio?-ci sarebbe da scrivere un trattato. <<Faust>> di Aleksandr Sokurov  è anche  gioia per gli occhi. Persino ciò che potrebbe disturbare: lo sventramento di un corpo nel corso di una rudimentale autopsia, è reso con quel gusto pittorico raffinato che fa di ogni scena una quadro sul quale posare lo sguardo, coglierne i particolari. I contrasti dei corpi sono resi con una poesia mai artificiale che all’apparenza non sembra nemmeno costruita, del tutto naturale. Da antologia credo resterà la lunga scena del bagno dove Faust incontra per la prima volta Margherita e dove Mefistofele-Maurizio apparirà nella propria mostruosa e indecente nudità aliena, muovendosi sgraziato laddove la grazia scorre a piene mani.  Già l’altro protagonista. Maurizio o Mefistofele o Moneylander, come nell’originale, Anton Adasinsky: è grandioso, perfetto, disgustoso ed arguto. E’lui che detta i tempi, è lui che si fa beffa e che sa già come finirà la storia. Perché è un uomo senza tempo, conosce il prima, il durante e il dopo. Muove i fili di Faust-Zeiler e solo fisicamente sembrerà soccombere in un mondo dove anche noi, secondo Sokurov, siamo destinati a vagare costruendoci paraventi di nullità e insanziabili finti ideali.


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